LINEAMENTI GENERALI:
L'influenza del vicino continente, principalmente della Cina, determinò in gran parte lo sviluppo della civiltà artistica giapponese, che tuttavia riuscì in ogni epoca della sua storia a sottrarsi a una completa dipendenza, ricercando una propria autonomia attraverso un incessante sforzo di assimilazione e rielaborazione originale di elementi tratti dalla cultura cinese. La prima cultura nota del Giappone, imparentata a quelle costiere del continente, è il prodotto della fusione di una primitiva corrente, di origine siberiana, con successivi apporti provenienti dal litorale cinese (Shantung, Chekiang). Le prime manifestazioni artistiche di notevole importanza (architettura funebre e oggetti fittili) risalgono al periodo detto delle Grandi Sepolture (100 a.C. - 550 d.C. circa). In questo lungo periodo la Corea, caduta sotto il dominio della dinastia cinese degli Han, fu tramite tra la civiltà cinese e l'arcipelago. Il processo di sinizzazione della civiltà giapponese fu accelerato dall'introduzione, intorno alla metà del VI sec., sempre attraverso la penisola coreana, del buddhismo e dell'arte, a esso ispirata, della Cina delle Sei dinastie, particolarmente quella dei Wei del Nord. Verso la metà del VII sec. si stabilirono relazioni ufficiali con la metropoli cinese Chang-an (od. Si-an) e l'arte dei T'ang fiorì a Nara, prima capitale permanente del Giappone, poi a Heian (l'attuale Kyoto), dove la corte si trasferì nel 794. La cultura buddhistica conobbe in questi secoli il massimo splendore, grazie alla protezione del governo che dovunque promosse la costruzione di innumerevoli templi, ricchi di opere di scultura. Alla fine del IX sec., i disordini politici e sociali che in Cina accompagnarono il declino dei T'ang attenuarono la portata dell'influenza cinese. Lontana dalle sue fonti, l'arte giapponese proseguì il suo sviluppo divenendo espressione di un'aristocrazia raffinata, fortemente impregnata di cultura cinese, che creò il clima favorevole alla nascita di un'arte genuinamente nipponica. La pittura detta yamato-e, o nazionale, ne fu la manifestazione più compiuta. Essa continuò a fiorire, con un accentuato carattere realistico, durante il bakufu di Kamakura (1192-1333), che vide l'aristocrazia soppiantata dai militari. Contemporaneamente, la diffusione dell'ideale zen (ch'an) segnò una nuova ondata di influenze cinesi, a cominciare dall'architettura. I monaci zen, affermatisi nel paese sotto lo shogunato degli Ashikaga (1338-1573), introdussero nel Giappone la pittura a inchiostro dei Sung meridionali, che ebbe la sua versione giapponese nel sumi-e, e in Sesshu il suo massimo rappresentante. Caratterizzato da semplicità e purezza, dall'amore per la natura, il gusto zen informò l'architettura e l'arte dei giardini, determlnò, grazie alla cerimonia del tè (cha-no-yu), lo sviluppo dell'arte della ceramica e creò quell'estetica che rimase tradizionale del Giappone. I grandi dittatori succeduti agli Ashikaga nella seconda metà del XVI sec. ebbero gusti meno sobri e affermarono il loro prestigio in castelli riccamente ornati di sculture e pitture su fondi d'oro e d'argento: opere della scuola Kano, che alla tradizione yamato-e fusero le tendenze decorative della pittura cinese dei Ming. Con l'instaurarsi dello shogunato Tokugawa (1600-1868), la pace ristabilita favorì con la ripresa dei commerci lo sviluppo delle tecniche (sete, terrecotte, porcellane, lacche, ecc.) e permise la grande fioritura del periodo Genroku (1687-1709). Se l'arte ufficiale restava in mano alla scuola Kano, la borghesia, di cui era andata accrescendosi la potenza finanziaria, preferiva i grandi decoratori, Sotatsu e Korin, i pittori di fiori e di animali, e orientava la pittura verso temi più familiari, che a Yedo (l'attuale Tokyo) determinarono il successo dell'ukiyo-e, reso popolare dalla diffusione della stampa. Nel XIX sec. la cristallizzazione della società giapponese si ripercosse sull'arte, che cessò di rinnovarsi. L'apertura del Giappone, nel 1868, se provocò, con la brusca irruzione della cultura occidentale, un momentaneo squilibrio dell'arte tradizionale, determinò, d'altro lato, la scoperta dell'arte giapponese in Occidente e l'instaurarsi di uno scambio artistico fra Giappone ed Europa non meno fecondo di quello secolare con la Cina.
ARCHITETTURA:
Nella più antica architettura giapponese si distinguono due tipi di abitazione: l'una, di origine settentrionale, è semisotterranea, coperta da un tetto di paglia sostenuto da pali di legno; l'altra, di origine meridionale, è un edificio costruito su pilastri, dal tetto a largo aggetto, dotato di una galleria esterna. Gli spioventi dei frontoni, prolungati obliquamente in direzione del cielo, formano, incrociandosi, i chigi. Questa struttura si è conservata nei santuari della religione autoctona del Giappone, lo shintoismo, caratterizzati, originariamente, da semplicità e assoluta linearità. Una completa assenza di motivi curvilinei si nota nei templi di Ise e di Izumo, prototipi dell'architettura shintoistica, monumenti di austera bellezza. Costruiti esclusivamente in legno, dai tetti rivestiti di strati di corteccia di hinoki (cipresso giapponese), privi di pitture e di intonaci, furono soggetti a rifacimenti periodici nel corso dei secoli, ma ripeterono quasi inalterate le antiche forme tramandando lo stile architettonico propriamente giapponese. L'influenza cinese, che non mancò di esercitarsi già in un tempo assai antico, come dimostrano i modellini in terracotta di edifici ritrovati in tombe, si fece intensa alla fine del VI sec., con il diffondersi del buddhismo e la fondazione di innumerevoli templi.
ARCHITETTURA BUDDISTICA:
Le imponenti dimensioni della nuova architettura contrastarono con quelle, piuttosto modeste, degli edifici precedenti. Fondato dal principe Shotoku Taishi alla fine del VI sec. d.C., l'Horyuji è il più antico monastero conservato. Lo schema simmetrico, la struttura dei vari edifici (chumon, il portale monumentale; kondo, la sala principale; il tempio d'oro; la pagoda) innalzati su piattaforme in pietra e rivestiti, nelle parti lignee, di pittura rossa, il profilo dei tetti, coperti di tegole decorate e cotte (kawara) e poggianti su colonne pér mezzo di mensole a due braccia, rendono l'insieme somigliante agli esempi dell'architettura cinese. Nell' VIII sec., i templi di Nara seguirono i medesimi schemi, con proporzioni ancora più ampie: il Daibutsuden (sala del Grande Buddha) del Todaiji è forse la più vasta costruzione in legno esistente. Al tempio fu annesso un edificio dei tesori, chiamato Shosoin. Nell'epoca Heian, quando le sette del buddhismo esoterico cercarono per le loro comunità luoghi solitari sui fianchi delle montagne (monte Hiei, monte Koya), la grandiosa disposizione simmetrica degli edifici dovette essere abbandonata conformandosi le piante alla disposizione del terreno. Prese così risalto, anche nell'architettura sacra, quella partecipazione e armonico adattamento dell'edificio all'ambiente naturale, che è l'aspetto più caratteristico e suggestivo dell'architettura profana giapponese. Le formule cinesi si trasformarono secondo un gusto puramente nazionale e sorse uno stile "colorito", di estrema raffinatezza; i santuari, più piccoli, ebbero interni splendidamente decorati, con superfici laccate incrostate d'oro (secondo la tecnica maki-e) e di madreperla. Riflessa in un sinuoso specchio d'acqua, la sala di Amida del Byodo-in, detta Hoodo (sala della Fenice), è il più famoso esempio di tale stile. Il periodo Kamakura vide rinascere influenze cinesi. Un nuovo stile, derivato dall'architettura cinese dei Sung e impropriamente chiamato tenjiku-yo (stile indiano), apparve nel Nandaimon del Todaiji di Nara, ricostruito in quest'epoca. Con la setta zen, fu introdotta dalla Cina dei Sung anche la maniera continentale di costruire i templi zen, chiamata kara-yo (stile cinese) in contrapposizione al wa-yo (stile nazionale), risalente all'epoca precedente. La semplicità delle costruzioni, sprovviste di pittura rossa, la leggerezza conferita alle strutture dal moltiplicarsi, sotto i tetti, di mensole ornamentali, le aperture ad ansa di paniere caratterizzano lo Shariden (padiglione delle Reliquie) dell'Engakuji, a Kamakura, il più felice esempio di questo stile. Nel periodo Muromachi il wa-yo e il kara-yo si fusero anche nei templi buddhistici non appartenenti alla setta zen. Alla fine del XVI sec. l'influenza dell'architettura Ming si manifestò nella decorazione scolpita e policroma di cui offrono esempio i complessi del Zuiganji a Matsushima e, soprattutto, quelli di Nikko. A partire da questo tempo l'architettura buddhistica cessò di rinnovarsi.
| ARCHITETTURA PROFANA |
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Nell' VIII sec., Nara, la prima capitale fissa, fu costruita secondo lo schema a scacchiera delle metropoli cinesi; i suoi palazzi e le residenze aristocratiche ripeterono i modelli continentali. A ispirazione non diversa ubbidirono i costruttori di Heian-kio (Kyoto), fondata nel 794, la cui icnografia, ancora in parte visibile, fu concepita da un cinese. Ma, se gli edifici pubblici si mantennero fedeli alle formule continentali, nelle dimore dei nobili esse si fusero con lo stile giapponese tradizionale: costruzioni in solo legno su pilastri, tetto di corteccia di hinoki molto sporgente e recante, con l'interposizione di tettoie, la galleria circolare o engawa che permette di contemplare, restando nell'edificio, la sua cornice esterna. Il giardino, che sempre tende a realizzare un ambiente naturale, è, in questo periodo, di tipo cinese con uno stagno disseminato di isolotti collegati alla terra da ponti. Gli interni si ornavano di pitture alle pareti e di paraventi; il pavimento era ricoperto di stuoie (tatami). Importanti innovazioni si effettuarono, per influenza dello zen, nell'epoca Muromachi. Fu adottato lo stile kara-yo, con aperture dal profilo a manico di paniere (ne è esempio il Ginkakuji, elevato nel XVsec. dallo shogun Ashikaga Yoshimasa), e fu introdotto un portico (genkan). L'interno era diviso da pareti scorrevoli, o fusuma; nella sala di ricevimento (kaisho) era allestita una specie di alcova, o tokonoma, riservata all'esposizione di una pittura e di una creazione floreale. Un mobilio leggero si disponeva alle pareti: scaffale (dana), piccolo scrittoio rischiarato da una finestra circolare (shoin); in una nicchia quadrata (toko) si appendeva un kakemono, rotolo verticale dipinto. Leggeri padiglioni, coperti di tetti di paglia, vennero destinati alla cerimonia del tè. Nell'epoca Momoyama fiorirono, a protezione dei feudi dei daimyo, i castelli, complesse strutture in legno circondate da mura massicce, fossati e torrette. Nel castello, o all'ombra di esso, gli interni di sontuosi appartamenti utilizzano lo stile shoin, reso magnifico, carico di un'ornamentazione scolpita e dipinta, dai colori smaglianti. Nei cha-shitsu (padiglioni del tè) continuò a operare l'influenza dello zen. Nell'architettura ufficiale persistette sino al 1868 la tendenza a una decorazione sovraccarica; ma nelle residenze private si elaborò un'architettura funzionale, dalle linee semplici, sempre caratterizzata dall'intima comunione con la naturale bellezza del paesaggio. Gallerie e grandi porte aprono gli edifici all'ambiente esterno, da cui sono separati spesso da una sola serie di porte scorrevoli, rivestite di legno o carta. E aspetti naturali riproducono, all'interno, i fusuma, dipinti di fiori, uccelli e paesaggi. Si ricorda, quale modello di questa architettura, il palazzo Katsura (presso Kyoto), iniziato nel primo quarto del XVIII sec., dimora principesca situata in bellissimi giardini dalle mutevoli prospettive. Questa formula, ristretta in più esigue dimensioni, è ancora ai nostri giorni quella della casa giapponese tradizionale.
ARCHITETTURA CONTEMPORANEA:
A seguito del rapidissimo processo di sviluppo economico fiorito nel dopoguerra, l'architettura giapponese ha acquistato una considerevole risonanza internazionale. Sviluppatasi nei primi anni del Novecento con l'introduzione delle nuove tecniche costruttive occidentali (noto l'Imperial Hotel di F. L. Wright a Tokyo), l'architettura moderna giapponese si caratterizza per un sapiente recupero della tradizione culturale nazionale, inserita però nella più avanzata ricerca tecnologica, che ha i suoi esempi più significativi nelle opere prestigiose di Kenzo Tange (n. 1913). Dal parco della Pace, a Hiroshima, alle coperture a grandi luci realizzate in occasione delle Olimpiadi di Tokyo del 1964, tale architettura ha assunto un linguaggio autonomo e chiaramente riconoscibile. I migliori architetti giapponesi sono fra i principali interlocutori a livello internazionale del dibattito nel settore. Dopo aver alimentato negli anni Sessanta, grazie al progresso tecnico ed economico, sogni di soluzioni urbane totalizzanti che hanno avuto il loro portavoce nel gruppo Metabolist, l'architettura giapponese degli ultimi anni è stata caratterizzata per un verso dal manierismo e monumentalismo, evidenti in alcune recenti realizzazioni, e dall'altro da una costante ricerca tecnologica sull'uso di sistemi modulari e componenti standardizzati. L'esponente più emblematico in questo senso è Fumiko Maki (Tokyo 1928), autore tra l'altro del Quartier generale per l'avanzamento della ricerca a Tokyo e del Museo nazionale d'arte moderna a Kyoto (1978). Altro personaggio che ha portato l'architettura giapponese alla ribalta del dibattito internazionale con la sua personalità eclettica e le sue ricerche d'avanguardia è Arata Isozaki.
| SCULTURA: |
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Se si prescinde dall'arte plastica arcaica del Giappone, rappresentata dalle figurine fittili jomon e delle Grandi Sepolture (haniwa), lo sviluppo della scultura giapponese può essere fatto risalire all'epoca in cui furono introdotte le prime rappresentazioni antropomorfiche del Buddha, a ornamento dei templi sorti in grandissimo numero. Lo stile dei Wei del Nord, trasmesso al Giappone dagli artisti coreani e cinesi, fece la sua apparizione nell'epoca Asuka (fine del VI sec. - inizio del VII). Grande importanza ebbe la scuola Tori. Tori Busshi, discendente di un emigrante cinese, è autore della triade in bronzo dorato di Sakyamuni, datata 623, dal corpo frontale e piatto, dalle pieghe eleganti del panneggio, forme allungate e tratti contemplativi del viso. A un contemporaneo, differente indirizzo artistico appartengono le statue del bodhisattva Avalokitesvara, detta Kudara Kannon, e la Yumedono Kannon dell'Horyuji, come pure la Nyoirin Kannon del tempio di Chugu (Chuguji). Nell'epoca Nara (710- 794), alle influenze che in ritardo provenivano al Giappone dalla Corea si sostituirono quelle, dirette, dalla Cina dei T'ang. Le numerosissime opere di scultura conservate nei templi della prima capitale giapponese sono caratterizzate da armonia di proporzioni e da un accentuato realismo. In quest'epoca (periodo Tempyo) al bronzo andarono sostituendosi materiali meno costosi e di più facile lavorazione: il gesso, l'argilla, il legno dipinto o rivestito di lacca dorata, e la lacca secca, impasto di lacca e stoffa modellato su un'anima di legno o argilla. Alla fine dell'VIII sec. effigi in legno di grandi dimensioni e cariche di panneggi, ricavate da un unico pezzo, furono prodotte dalla scuola del Toshodaiji, a Nara. La tecnica ichiboku-bori ("immagini ricavate da un solo albero") prevalse infine nel primo periodo dell'epoca Heian (secc. IX-X), nelle raffigurazioni delle divinità, massicce e terribili, delle sette mistiche (Fudo [Avalokitesvara] del tempio Toji a Kyoto). Nella seconda metà dell'epoca (secc. X-XII) comparve una nuova tecnica, ideata dallo scultore Jocho, che sostituì all'intaglio di un unico blocco di legno la composizione, assai meno faticosa, delle diverse sezioni dell'immagine modellate separatamente, permettendo la suddivisione del lavoro fra più artefici. Anche lo stile si rinnovò. L'Amida in legno dorato del Byodo-in attribuita a Jocho (1053), distaccantesi su una splendida aureola, è la più bella espressione del nuovo gusto aristocratico. Le ampie proporzioni hanno perduto la tensione nervosa delle epoche precedenti, i contorni appaiono addolciti, il panneggio delle vesti è trattato in modo pittorico. La tendenza decorativa andò accentuandosi nel corso del XII sec. Contraddistinta da un vivace realismo, dal senso dinamico del volume, dalla tendenza al ritratto psicologico, l'epoca Kamakura sembra riavvicinarsi allo stile Nara. Una schiera di artisti, raccolti intorno a Unkei, operò nell'antica capitale, a sostituire nei templi ricostruiti le sculture andate distrutte durante le guerre civili. I Ni-o, enormi figure di re guardiani, imperiose e corrucciate, delle porte sud del Todaiji sono, con i discepoli del Buddha conservati nel Kofukuji, le opere più caratteristiche dello stile di questo periodo. La potenza espressiva della plastica Kamakura si manifestò inoltre nei mirabili ritratti di monaci e di laici. Ma sul finire dell'epoca iniziò il declino della scultura, già manifesta nel Grande Buddha in bronzo (Amida Nyorai), pur molto popolare, di Kamakura (1252), alto 11,36 m. La decadenza si accentuò a partire dal XIV sec., non favorendo lo zen, salvo qualche ritratto di patriarchi della setta, la creazione di immagini religiose. Nei secoli successivi, al progressivo declino della scultura buddhistica si contrappone l'interesse per le maschere del dramma no: rappresentazione sensibile, il più possibile intensa, dello stato d'animo del personaggio sulla scena. Numerose sculture ornamentali aggiunsero splendore ai palazzi e castelli del periodo Momoyama. Hidari Juigoro, creatore della decorazione di Nikko, è il più celebre rappresentante di questo genere. Altri tipi di scultura laica, ornamentale, fiorirono nel periodo Tokugawa: bambole, okimono, e netsuke intagliati in materiali vari: legno, avorio, bambù, ecc.
| PITTURA: |
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Nella pittura più che in ogni altra manifestazione artistica, è possibile cogliere le tendenze generali caratteristiche dell'arte giapponese, volta a elaborare, partendo dai modelli cinesi, formule nazionali. Dal VII al IX sec. la pittura cinese T'ang fu lentamente assimilata dagli artisti giapponesi. Restano scarse testimonianze, ma di grande importanza, in cui sono individuabili influssi stilistici anche dell'arte indiana dei Gupta. All'inizio dell'epoca Heian, nuovi temi iconografici dell'arte cinese, introdotti dal buddhismo esoterico (ritratti di patriarchi delle sette shingon e tendai, divinità protettrici [Fudo] dal terrificante aspetto, bodhisattva) si trovano imitati nella pittura giapponese. Da questo tempo, assunsero sempre maggiore preminenza i valori lineari sul volume. Poco più tardi apparvero i temi, piu sereni, dell'amidismo: primo fra essi, la discesa in Terra (raigo) del Buddha del paradiso dell'Ovest, ad accogliere le anime di coloro che l'invocano nell'ora estrema. Nonostante la presenza di modi derivati da altre tradizioni, i paesaggi hanno la dolcezza della campagna giapponese; le eleganti forme sono armoniosamente colorate e impreziosite da lievi dorature. La raffinatezza di questa pittura esprime il gusto dell'aristocrazia, che domina tutta l'epoca e che, sebbene abbia fatto propria la cultura cinese, non l'irrigidisce in formule prive di originalità. Una nuova pittura profana venne ad arricchire, nel corso dei secc. XI e XII, la bella architettura delle case: rimasta a lungo fedele al kara-e (decorazioni e paraventi d'imitazione cinese), tale tipo di pittura si trasformò in yamato-e, o stile nazionale. Nei delicati paesaggi yamato-e trovò espressione la sensibilità degli artisti giapponesi per la natura, raffigurata liricamente nei suoi mutevoli aspetti (shiki- e, "pittura delle quattro stagioni"). I soggetti furono inoltre ispirati ai romanzi e alle leggende edificanti dell'epoca. La scuola yamato-e produsse sia dipinti su porte scorrevoli, tramezzi e paraventi, sia pitture su rotoli orizzontali (makimono) e su libri rilegati, che alternano il testo alle illustrazioni. In tali opere si esprime una vocazione narrativa profondamente legata alla letteratura. Nei dipinti su rotoli si possono distinguere diversi stili e tecniche, ma tutti obbediscono alle medesime convenzioni: la composizione, continua, si svolge dalla parte superiore destra alla parte inferiore sinistra, la prospettiva è panoramica, le scene di interno sono rappresentate dall'alto, come se fossero stati asportati i tetti delle case. Lo yamato-e è ancora assai fiorente durante il bakufu di Kamakura e appare animato da un'accentuata ricerca di movimento e da un nuovo carattere realistico, che investì anche la rappresentazione della natura. Le illustrazioni di romanzi storici o di avvenimenti recenti, le descrizioni degli inferni buddhistici, delle calamità, delle malattie presentano un'individualizzazione di caratteri che sfiora talvolta la caricatura: nel ritratto lo yamato-e ebbe in questo periodo la sua più rilevante espressione. Sotto lo shogunato degli Ashikaga (1338-1573), l'arte yamato-e, divenuta privilegio esclusivo della scuola imperiale dei maestri Tosa e danneggiata dal sistema dell'ereditarietà della professione artistica, si esaurì lentamente, irrigidendosi in modi convenzionali. Nelle composizioni, prima d'allora "a narrazione continua", furono inserite nubi dorate a separare le diverse scene. Il declino fu inoltre accelerato dall'introduzione, a opera della setta zen, della pittura a inchiostro dei Sung cinesi, che incontrò grande favore presso la dominante classe militare. Nei santuari, i monaci si iniziarono a questa nuova tecnica, sotto la protezione degli shogun, di mecenati e collezionisti. Il kakemono, rotolo verticale che viene sospeso nel tokonoma, fece a quel tempo la sua apparizione. I maestri giapponesi rimasero sostanzialmente estranei alle ricerche spaziali degli artisti cinesi. Solo Sesshu, monaco zen che si recò a studiare in Cina, sembra avere assimilato le basi intellettuali di quest'arte, traducendola originalmente nei temi e nel linguaggio artistico giapponesi, ed è riconosciuto come il più grande maestro del sumi- e (pittura a inchiostro). La tendenza decorativa è il carattere saliente anche delle opere di Kano Motonobu, dal tratto spesso e morbido nel contorno e dall'accentuata linearità. I legami dell'artista con la scuola Tosa determinarono l'apparizione, in talune sue pitture, di vivaci colori e di temi giapponesi tradizionali. La scuola Kano dominò la pittura sotto il regno dei grandi dittatori, i cui palazzi furono fastosamente decorati da Eitoku e dai suoi allievi con composizioni di un cromatismo talora violento, su fondi d'oro e d'argento. Eclettici, i Kano fusero il forte contorno a inchiostro dello stile cinese e il colore yamato-e, nei paesaggi, nei motivi di fiori e uccelli, nei ritratti, e si ispirarono alla pittura ufficiale dei Ming. In alcuni loro paraventi apparvero temi namban (con questo termine veniva designato tutto ciò che si riferisse ai "Barbari del Sud", gli Occidentali), specialmente la raffigurazione dell'arrivo della nave portoghese venuta a rifornire i gesuiti stabilitisi in Giappone dal 1549. Divenuta, con l'avvento dei Tokugawa, la scuola ufficiale degli shogun e della corte, lo studio dei Kano si scisse in due rami, l'uno dei quali rimase a Kyoto, l'altro si trasferì a Yedo (od. Tokyo), dove proseguì la sua attività, senza rinnovamenti notevoli, sino al 1868. Il tormentato e rivoluzionario XVI sec. aveva segnato la crisi della vecchia società; lo sviluppo del commercio e delle attività artigianali determinò l'ascesa di un ceto medio economicamente forte. Al servizio della classe borghese, dalla quale provenivano, posero la loro arte i grandi decoratori del XVII sec. giapponese, Sotatsu, Korin, Kenzan, meravigliosi coloristi. Pittori, ceramisti, laccatori, disegnatori su stoffe a un tempo, la loro arte fiorì splendida nel periodo Genroku (1687-1709), il più brillante dell'epoca Tokugawa. Per questa medesima borghesia, amante del lusso e dei piaceri, operarono i pittori di fiori e di animali delle scuole Okyo e Shijo. Al suo gusto rispose, infine, una nuova pittura di genere, i cui temi prediletti, cortigiani, attori, scene di teatro, vennero resi popolari a Yedo dalla stampa. Tale pittura prese il nome di ukiyo-e (pittura della vita quotidiana). Per contro, altri maestri vennero in contatto, attraverso Nagasaki (il solo porto aperto agli stranieri, Cinesi e Olandesi), con la pittura cinese dei letterati (nanga o bunjinga); vi si distinsero le personalità di Yosha, Buson, Tanomura Chikuden e Giokudo. La pittura occidentale, a partire dalla metà del XIX sec., esercitò un'attrazione che divenne preponderante verso la fine del secolo. Da allora, tutte le correnti della moderna pittura europea, e in particolar modo l'impressionismo francese, hanno avuto eco presso gli artisti nipponici. La tradizione pittorica nazionale, tuttavia, indebolitasi in un primo tempo, non tardò a essere rivalutata e a riprender vita.
| STAMPE: |
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Derivata al Giappone dalla Cina sin dall' VIIIsec., la xilografia restò a lungo limitata alla riproduzione di immagini religiose. All'inizio del XVII sec., apparvero i primi romanzi illustrati. A Moronobu (1625-1695) vengono attribuiti i primi fogli isolati, illustranti scene di teatro e della vita di Yedo, dalle eleganti e leggere linee e dai delicati passaggi chiaroscurali. Sul suo esempio si sviluppò il genere, in seguito denominato ukiyo-e, che attinse i suoi temi dalla vita quotidiana ed ebbe grande successo presso il ceto borghese. Sorsero scuole specializzate in particolari soggetti. Le stampe, dapprima in nero (sumi-e), nel XVIII sec., cominciarono a essere colorate a mano, e i neri furono talvolta cosparsi di polvere d'oro (urushi-e). Intorno al 1740, Okamura Masanobu impiegò due o tre colori (beni-e). Con Harunobu la stampa giapponese, il cui linguaggio, sempre basato sulla linea, si era venuto facendo più libero e vivace, utilizzò una più vasta gamma di toni (fino a undici). Egli predilesse le scene della vita femminile, temi che trattò con estrema eleganza e delicatezza. La fine del XVIII sec. fu l'età d'oro della stampa, che ebbe i suoi grandi rappresentanti in Koryusai, Kiyonaga, Shunsho, Utamaro e Sharaku. Le composizioni divennero più ampie (trittici e polittici). Nel XIX sec., mentre il genere tradizionale ebbe un continuatore in Toyokuni, Hokusai e Hiroshige svilupparono la rappresentazione di paesaggi.
ARTI MINORI:
Le arti minori ebbero in Giappone grande sviluppo favorito dalla tradizionale abilità tecnica degli artigiani giapponesi e dalla loro sensibilità per la decorazione. Il legno, il bambù, la terra, la lacca, la canna, la seta, i materiali più diversi furono trattati con ingegnosità pari alla felicità inventiva. Le tecniche, tuttavia, furono quasi sempre derivate dalla Cina, come dimostrano i tesori conservati nel Shosoin di Nara, che raccoglie, sin dall' VIII sec., le collezioni dell'imperatore Shomu, tra i quali è arduo discernere i prodotti locali da quelli di importazione.
Lo sviluppo delle arti minori è parallelo a quello generale dell'arte giapponese, in stretta connessione soprattutto con la pittura, la cui tendenza grafica, lineare, fedele alle due dimensioni, la rende, da sempre, particolarmente adatta alla decorazione. Possono essere distinti più periodi.
Epoca Heian:
Rimangono scarse testimonianze. Le tecniche importate dall'Impero cinese dei T'ang furono poste al servizio del gusto giapponese quale si era affermato con lo stile yamato-e. Di gran lunga la più importante fu l'arte delle lacche, raffinatissime, lavorate a intarsio di madreperla (tecnica raden) e con l'impiego di polvere d'oro e d'argento (maki-e).
Epoca Kamakura
Le arti decorative dell'epoca dei guerrieri sono sobrie e realistiche. Crebbe d'importanza la produzione di armi e armature: le sciabole, le cui lame vennero esportate in tutto l'Estremo Oriente, hanno foderi (tsuba) talvolta decorati in metallo traforato.
Epoca Muromachi
La voga del cha-noyu determinò una ricca produzione di teiere in metallo cesellato e, soprattutto, di ceramiche, ispirate a quelle cinesi e coreane (koseto e setoguro) o ai tipi locali di vasellame, sino ad allora destinati ai più umili usi (Bizen).
Epoca Momoyama
Il gusto fastoso dell'epoca fu secondato dall'introduzione di nuove tecniche cinesi e dalla perfezionata abilità degli artigiani: superfici laccate lavorate a rilievo, broccati d'oro e d'argento di Nishijin (Kyoto), preziose armi dagli tsuba decorati con rivestimenti di cuoio e di metalli pregiati traforati o lavorati a rilievo o a intarsio. Nella ceramica, il più sobrio gusto zen prevale nei Raku (Kyoto) a vernici piombifere. Freschezza e libertà di fantasia animano le decorazioni floreali dei Shino e degli Oribe fabbricati nella regione di Mino, ai quali hanno dato il nome due grandi maestri della cerimonia del tè.
Epoca Tokugawa
Favorite dalla prosperità, le arti minori assunsero uno sviluppo eccezionale. Sorsero ovunque nuove fabbriche provinciali, ma il centro artistico, che impose stili e tecniche nuove, rimase Kyoto. Artisti e artigiani vissero del patrocinio della nuova clientela borghese. Le lacche e le ceramiche di Korin e di Kenzan, appartenenti allo splendido periodo Genroku, costituirono modelli a lungo imitati. Fiorì soprattutto la ceramica, grazie anche all'arrivo di numerosi artisti coreani, alla fine del XVI sec., dal quale trasse origine la porcellana giapponese. Le fabbriche di Arita (Kakiemon, Nabeshima) furono presto in grado di rivaleggiare con quelle di Kutani. Ma l'abilità tecnica degli artigiani non tardò a farsi virtuosismo, prevalendo sull'originalità dell'invenzione. La decorazione sovraccarica, la mescolanza di materiali, la minuzia del dettaglio presero il sopravvento sui tradizionali valori di chiarezza e semplicità del disegno giapponese. È un momento in cui l'esigenza di rispondere alle richieste del gusto esotico occidentale sembra destinato a distruggere un artigianato che ripete stancamente vecchie formule.
MUSICA:
Sulla musica giapponese anteriore all' VIII sec. d.C. non si hanno notizie sicure: il Kojiki e il Nihongi, cronache redatte nell' VIII sec., testimoniano la sua origine remota ma non forniscono dati precisi e sicuri. Il kume-huta, tuttora eseguito alla corte imperiale, conserva solo una lontana parentela con il canto di trionfo attribuito all'imperatore Jimmu Tenno (660-585 a.C.). Nell'epoca Nara (710-794) i canti e la salmodia buddhistica (shomyo) di importazione cinese e coreana esercitarono notevole influsso sull'arte vocale, che rivestiva particolare importanza nell'ambito della musica giapponese, favorendo la nascita di un repertorio nazionale. Questo si fondò tuttavia sulla teoria cinese dei dodici gradi cromatici (juniritsu), dai quali derivano i tre modi pentatonici tuttora in uso, che tuttavia posseggono, contrariamente alle scale cinesi, intervalli semitonali. Anche gli strumenti furono in gran parte importati dalla Cina: lo sho, l'hichiriki, il komafuye, la biwa, il koto, il taiko, lo shoko, il tsuzumi e il kakko costituirono l'insieme orchestrale per l'esecuzione del gagaku L'epoca Heian (794- 1185) fu caratterizzata dal sorgere di nuove sette religiose (shingon e tendai), i cui numerosi sacerdoti diedero impulso alla musica vocale, che accompagnava tutte le cerimonie. Si ebbe anche una notevole fioritura dell'arte poetica; la biwa, un liuto a quattro corde, fu dal XV al XVII sec. lo strumento prediletto per l'accompagnamento della voce. Anche i canti di contadini furono inclusi nella musica di corte. Nell'epoca Kamakura ( XIII sec.) un gran numero di samurai, divenuti frati erranti (komuso), diffusero l'uso di una specie di flauto diritto dalle sonorità vacillanti, il shakuhachi, che ancor oggi è lo strumento preferito dei Giapponesi. La sua popolarità non raggiunse tuttavia quella dello shamisen, un liuto a tre corde di forma slanciata, con una piccola cassa di risonanza formata da due membrane stese su un riquadro di legno, importato nel 1560 dalle Ryukyu. Durante due secoli, fino all'era Meiji (1868), il Giappone non subì influssi stranieri. La musica tipicamente giapponese si cristallizzò, diffondendosi tuttavia presso ogni classe sociale; anche il teatro, che all'epoca dei no (secc. XV e XVI) era accessibile ai soli letterati, nel XVII sec., con il teatro delle marionette di Osaka e con il famoso teatro kabuki a Tokyo, nel quale la musica aveva un posto predominante, cominciò a essere frequentato da gente di ogni ceto. Sebbene i musicisti giapponesi abbiano attinto a fonti diverse, l'originalità dei loro strumenti e della loro musica restò intatta. Il loro rispetto delle tradizioni, il loro spirito conservatore determinarono la sopravvivenza dei mezzi d'espressione che essi si erano scelti nel corso dei secoli: l'interpretazione del gagaku e del no restò invariata dal XII e XV sec. sino alla fine del XIX sec., e questa fissità costituisce appunto uno dei tratti caratteristici della musica giapponese. Dopo aver tratto insegnamento dall'Asia, il Giappone si rivolge attualmente all'arte occidentale, sforzandosi di assimilare le tecniche europee. È noto che già nel XVI sec. i Giapponesi conobbero i clavicembali, i liuti, le viole, e appresero i canti cattolici giunti loro attraverso i missionari. Gradualmente essi giunsero alla comprensione della nostra musica, dei nostri strumenti, a penetrare la nostra scienza armonica e contrappuntistica, ma i ritmi e, di conseguenza, gli strumenti a percussione, rimasero sottoposti alle loro rigide regole. La trasformazione della musica giapponese avvenne rapidamente dal 1879 in poi. Da allora l'insegnamento scolastico si è basato sulla musica occidentale (per apprendere quella tradizionale furono istituiti solo più tardi alcuni corsi all'università delle arti). Il compositore Yamada Kosaku (1886-1965) che per primo costituì un'orchestra filarmonica in Giappone, contribuì in maniera significativa all'occidentalizzazione della musica giapponese; più tardi si distinsero Kiyose Yasuje (1900), Ikenouchi Tomojiro (1906), Kobune Kojiro (1907), Yoritsune Matsudaira (1907). Al loro fianco molti altri giovani compositori di varie tendenze operano in Giappone; particolarmente attivi sono gli scambi culturali con l'estero. Numerose anche le istituzioni musicali: orchestre sinfoniche (cinque a Tokyo), compagnie d'opera, complessi strumentali e corali e vari festival, volti soprattutto alla diffusione della musica contemporanea, il maggiore dei quali è il Festival internazionale di Osaka.