§ 3. Guida alla consultazione e modellistica bibliotecaria

 

In realtà, con un effetto-cannocchiale noto a chi analizzi questioni di modellistica bibliotecaria, quando ci si avvicini con l'occhio critico dei vent'anni di distanza alla Guida Einaudi del 1981, lo slittamento contrastivo porta sùbito, come si è detto, a risalire addirittura al 1969, anno della prima edizione di quel repertorio, e con ciò ci si posiziona su una possibile periodizzazione, assai meno soggettiva. Vorrei coniugare, spero piuttosto provocatoriamente, due fatti di quell'anno con uno dell'anno successivo, il 1970.

Il primo: il cosiddetto "autunno caldo", cioè la lotta sindacale per il rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici e, a cascata, di una quantità di altri contratti di lavoro, portava al superamento di quelle che allora si chiamavano "gabbie salariali", unificando i criterî di valutazione dei contratti di lavoro nazionali e dei contratti integrativi aziendali, creando con questo l'ultima pre-condizione per l'effettiva riunificazione del mercato del lavoro, dal dopoguerra e fino a quel momento fortemente differenziato tra Nord, Centro e Mezzogiorno d'Italia.

Il secondo: l'attentato di piazza Fontana a Milano, che il 12 dicembre 1969 gettava le premesse di un processo politico reazionario, fermamente orientato a chiudere gli spazî di democrazia rappresentativa che la vitalità sindacale e le conseguenze di equilibrio politico che si chiedeva di trarne avevano di fatto introdotto in una compagine sociale chiusa e in una politica bloccata dalla situazione internazionale. Il 14 maggio dell'anno successivo sarebbe stato approvato lo Statuto dei lavoratori, ma la così detta "strategia della tensione" era già varata, e con essa, appunto, il terrorismo. Altrove ho richiamato, e non per mera volontà di provocazione, l'attenzione che i primi documenti delle Brigate Rosse dedicarono all'informatica applicata all'informazione, alla bibliografia, alla riorganizzazione dei processi così di lavoro come della conoscenza[11].

Il terzo si verificava, come s'è detto, l'anno successivo: il suffragio popolare sanciva il 7-8 giugno 1970 l'attuazione, 22 anni dopo, del decentramento regionale. Come è ben noto, l'elaborazione degli statuti regionali e l'attuazione delle deleghe troveranno compimento solo a partire dal 1973, ma il processo poteva dirsi innescato. È solo pensando a questo castone socio-politico che si può capire come e perché il più importante intervento sull'impatto della prima edizione della Guida si trovi in un numero del 1970 di «Quaderni piacentini», la cui più gran parte è dedicata a un contenuto tutto e direttamente politico: se ne scorriamo l'indice, vi troviamo revisionismo e lotte operaie, crisi economica, divisione del lavoro, lavoro politico nel Mezzogiorno, America Latina, magistratura e potere politico, non senza passare per una menzione del Grande Timoniere, Mo tse-dong[12]. Si tratta, qualcuno forse se lo ricorderà, di quattro interventi, uno di Edoarda Masi, uno di Francesco Ciafaloni, uno di Giovanni Raboni, l'ultimo di Goffredo Fofi nei quali si spara tutta l'artiglieria possibile contro la proposta einaudiana e cantimoriana. Faccio sparsamente l'elenco dei proiettili più cospicui: astrazione intellettuale dell'operazione, precarietà della cornice bibliotecaria adeguata a recepirla, grosso successo commerciale, «disgraziatissima condizione della lettura pubblica in Italia», sterilità del concetto di "lettura privata", smarrimento del lettore, debolezza e paternalismo della postfazione di Cantimori, nesso, ritenuto odioso, tra paternalismo e illuminismo, sterilità di un modello di biblioteca già bella e fatta; nessuna utilità, infine, né per biblioteche già strutturate né per la lettura privata; così in particolare Masi, che conclude con ferocia:

 

«un uso discreto può essere fatto invece da parte di biblioteche pubbliche di nuova costituzione, a patto di non leggere Cantimori, di rifiutare la presunta organicità del disegno»[13].

 

Ciafaloni, dal canto suo, parla di tentazione auto-pubblicitaria, astrazione del concetto di formazione da zero, astrusità del codice universale decimale (sic), inutilizzabilità a fini di lettura privata, troppo suadente e anedottica (sic), obiettivamente povera su filosofia, pedagogia e scienza, mancanza di equilibrio tra le varie sezioni, scarsa emergenza delle finalità culturali e delle metodologia di riferimento; il recensore però non nega una certa utilizzabilità della Guida ai fini delle biblioteche pubbliche. Giovanni Raboni parla di gioco «abominevole» dei libri da salvare, esibizionismo snobistico, «ripugnante miscela di ossequio ai valori correnti e di presunta raffinatezza», ideale populistico di biblioteca circolante, arbitrarietà, catalogo fatto a memoria: in una parola inutilità, se non fuorvianza[14]. I pezzi da novanta li spara, però, Fofi che bolla l'operazione di «socialdemocrazia imperfetta» (di qui il nostro titolo, che è dunque in parte una citazione) come, del resto, l'intero catalogo Einaudi,

 

«in un arco dunque liberale-crociano-progressista-gramsciano-staliniano prediletto e per la verità bene impastato dal segretario Togliatti. Collaboratori, collane, proposte erano consoni alle scelte generali del partito»[15], s'intenda dell'allora Partito comunista italiano.

 

In realtà, a chi guardi con disincanto a quell'epoca e a quelle polemiche, una vera possibile critica all'operazione-Guida viene però piuttosto dalle pagine di un articolo di Fortini che per caso è nello stesso numero e che parla d'altro, ma (automatismo involontario della teoria del "buon vicino", o serendipità, cara ad Aby Warburg in biblioteca) è in realtà perfettamente pertinente, e forse più utile. Scrive Fortini recensendo la traduzione di Me-ti: Libro delle svolte, di Brecht:

 

«Si tratta del rapporto fra linguaggi specialistici e non specialistici.

La cattiva unificazione di questi linguaggi ha tolto ai più il senso del comunicare come operazione su di un codice comune e l'ha sostituito con l'uso comune di codici particolari. Il risultato è la degradazione dei linguaggi specialistici, che perdono la propria ragion d'essere, che è l'univocità, nella fluenza della comunicazione corrente; e, per un altro verso, è la degradazione del linguaggio comunicativo — inteso come supporto del "senso comune" — nel continuo ammicco a codici contraddittorii. [...]

Ormai possiamo tutt'al più suggerire quali libri siano da leggere e quali no; il silenzio è ancora un buon metodo critico. Ma se la lettura, non solo la scrittura, è fatto sociale e non privato, le scelte e le indicazioni vanno fatte più a monte, nella sfera dei generi e degli argomenti, e più a valle, in quella delle applicazioni e delle conseguenze. [...] dobbiamo lottare contro la dissipazione, la verbalizzazione, la ridondanza, il rumore di fondo prodotto dalla molteplicità [...] insegnare a risparmiare parole, informazioni e stampe; a respingere l'immediatezza, l'improvvisazione, l'abbondanza. Chiamatelo pure classicismo [...] La negazione della negazione passa anche attraverso il risparmio della parola, il suo razionamento»[16].