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1. Lettura e consultazione in Italia
Nell'estate
del 1981 usciva, alla fine di una gestazione durata cinque anni, la seconda
edizione della Guida Einaudi alla formazione di una biblioteca pubblica e
privata[1].
Parve un evento, a un punto tale che al libro, il 25 settembre di quell'anno, il
«Corriere della sera» dedicava un titolo di prima pagina: Come cambia la
biblioteca "ideale" dell'italiano, in testa a un articolo firmato
da Vittore Branca[2].
Su quell'intervento ci soffermeremo più avanti; qui interessa tornare un
momento sul ben noto concetto di "biblioteca ideale". A Pistoia, il
6-7 dicembre 2001, ci si è occupati di ipotizzare una biblioteca, chiamiamola
per intendersi, e solo per ora, la "nuova Forteguerriana", che di lì
a non molto si auspica diventi ben reale, all'interno della quale ci si è
chiesti che spazio e che qualità debbano avere lo scaffale aperto, e quindi la
consultazione.
In
poche pagine di un manualetto a carattere introduttivo della diffusa serie
professionale dell'editore Clive Bingley, uscito (1980) un anno prima che
uscisse la seconda edizione della Guida, Donald Davinson si era
soffermato sulla fluidità dell concetto di consultazione, o per meglio
dire sulla sua valenza fortemente condizionata dai contesti di applicazione.
Dopo aver detto, con voluta ed efficace sbrigatività[3],
che fra l'80 e il 95% di domande ricevute da un servizio di consultazione non
richiedono per la risposta più di due minuti, e che un adolescente
ragionevolmente intelligente può essere addestrato in poche settimane a
rispondere alla maggior parte delle domande che vengono rivolte normalmente a un
bibliotecario di consultazione, Davinson nel capitolo primo insiste sul concetto
che la partizione, fra materiale di consultazione, e non, passa, o può passare,
per un segno discreto di mera funzionalità: ad esempio, ciò che va in prestito
e ciò che non va in prestito, oppure ciò che come pubblicazione ha la
caratteristica di opera di consultazione, rispetto a quella che non ce l'ha; ma,
d'altra parte, gli utenti della biblioteca vedranno come di consultazione
"tutto ciò che serve a risolvere il problema informativo che hanno";
oppure, ancora, potremmo categorizzare aspetti estrinseci, ipotizzando una
divisione basata su rarità, costo, appartenenza ad una serie. L'autore,
proseguendo per questa strada, arriva alla conclusione che allora ogni libro può
essere visto come di consultazione, la biblioteca di consultazione venendo in
tal modo a coincidere col totale della raccolta[4].
Qui
ci proponiamo, dunque, di tentare un abbozzo di storia del cosiddetto
"servizio di consultazione", in quanto nettamente staccato dalle
normali operazioni di lettura; premettendolo ad alcune analisi qualitative e
quantitative che attengono all'attuale fisionomia della Forteguerriana, nella
sede di Sapienza. Come forse è ovvio, si tratta di una storia solo italiana: il
discorso deve prendere le mosse esclusivamente nell'àmbito delle biblioteche
italiane, perché al di fuori di questa cerchia territoriale, ristretta ma forse
provinciale, la definizione sarebbe priva di senso; per questo si dà spazio
alla letteratura non italiana (molto vasta) solo nella misura (molto ristretta)
in cui essa è stata rispecchiata all'interno della discussione professionale
italiana. In ogni caso, s'intende dare un contributo almeno alla formazione del
servizio specifico all'interno della nuova struttura, che trovi, senza fughe in
avanti, un suo preciso radicamento nel tessuto sociale della sua città, alla
luce dello specifico bibliotecario nazionale. L'àmbito cronologico preso in
considerazione dovrebbe pertanto prendere inizio dal lavoro di Amalia Vago
(1941) la quale, come è noto, ha introdotto il concetto di "sala di
consultazione" nella biblioteconomia italiana pratica; ma in realtà ci si
limita a considerare in modo particolare gli sviluppi che si sono avuti nel
ventennio che intercorre tra il 1981 e oggi. Naturalmente, tenendo conto anche
della necessità di ricordare come periodizzante anche la data del 1969, anno
della prima edizione di quel repertorio, che aveva destato scandali ed
entusiasmi sia nel mondo bibliotecario, sia nell'àmbito della politica
culturale degli enti locali, sia ― data la rilevante personalità
scientifica del postfatore, Delio Cantimori ― perfino nell'ambiente
accademico e universitario. Ma anche su questo torneremo più avanti.