UNIONE EUROPEA

UNIVERSITÀ DELLA TUSCIA

AgriBMPWater

principali spunti e scopi dello studio

il bacino del lago di vico

evoluzione storica dell’uso del suolo

valutazione quantitativa della perdita di suolo

stato trofico del lago di vico

pubblicazioni correlate

conclusioni

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francesco rega
SYSTEMS APPROACH TO ENVIRONMENTALLY ACCEPTABLE FARMING
RISULTATI DEL PROGETTO

VALUTAZIONE QUANTITATIVA DELLA PERDITA DI SUOLO

L’erosione idrica accelerata
Nell’affrontare il fenomeno erosivo, la prima considerazione da fare è che nei terreni in pendenza, caratterizzati da una copertura vegetale naturale permanente, avvengono lente perdite di suolo che fanno parte del normale ed universale fenomeno dell’evoluzione del rilievo verso il penepiano. Questo tipo di erosione è detta geologica o normale e si esplica in tempi molto lunghi. Essa può però essere fortemente accelerata per azione dell’uomo, che, quasi sempre, consiste nel degrado della copertura vegetale del suolo o nella sua asportazione. Se denudato, il suolo si presenta indifeso all’impatto delle gocce d’acqua degli eventi di pioggia più intensi di maggiore energia; vengono a crearsi, così, le condizioni che conducono alla progressiva degradazione del suolo che, prima di tutto, perde la fertilità. Oltre che ambientale, quindi, l’erosione è un problema per le produzioni agricole.
L’effetto sigillante delle particelle fini rimosse dagli urti delle gocce facilita l’accumularsi dell’acqua sul suolo, che inizia a scorrervi con moto bidimensionale. Quando l’azione tangenziale, esercitata dalla lama idrica, comincia a rimuovere le prime particelle, si è in presenza di erosione diffusa che però, dal punto di vista idraulico, è una situazione instabile, che tende naturalmente ad evolvere secondo una micro rete idrografica, originando la cosiddetta erosione per rivoli, che è un caso molto frequente nei noccioleti del lago di Vico (vedi figura qui sotto).

Erosione per rivoli e danni provocati dai fenomeni di deflusso nella caldera di Vico.

   

Tale effetto è stagionale per due motivi:
- la stagionalità delle piogge erosive (tarda estate-inizio autunno, vedi figura precedente);
- la stagionalità delle lavorazioni agricole che lasciano il terreno scoperto nel periodo in cui si verificano le piogge di maggiore energia (vedi figura qui sotto).

Pressione cumulata ed energia totale trasmessa al terreno in cinque eventi pluviometrici di notevole aggressività per il suolo registrati nella stazione di Ronciglione (Leone e Pica, 1993).



Si noti che, non casualmente, le date in cui queste piogge si verificano sono circoscritte ad un ben preciso periodo dell’anno, coincidente con le operazioni colturali connesse alla raccolta delle nocciole.


Il rischio erosivo e la sua evoluzione nel tempo








Nelle figure sono riportate le carte del rischio erosivo relativo agli anni 1954, 1971 e 1994, conseguenza dell’evoluzione storica dell’uso del suolo descritta in precedenza. Per quanto fin qui affermato, esse non possono ancora trovare una immediata applicazione dal punto di vista quantitativo (per la quale è necessario un congruo periodo del monitoraggio), ma sono già sufficienti per una suddivisione del paesaggio fra zone di diverso rischio erosivo.
Emerge, ad esempio, il ruolo importante delle aree forestali, data la notevole vulnerabilità intrinseca (dovuta alla forte declività e lunghezze dei pendii ed all’aggressività del clima) di tali zone, cui si aggiungono caratteristiche particolari dei sistemi forestali:
intrinseche delle specie, come il faggio, la cui struttura epigea riduce la penetrazione della luce;
legate alla gestione, come per le cerrete, la cui conduzione a fustaia porta agli stessi problemi.

Entrambe tali situazioni contrastano la crescita del sottobosco e la rinnovazione, a scapito delle funzioni idrogeologiche dei boschi.
Per questo motivo, nella carta del 1994, si è attribuito un fattore di copertura C-USLE maggiore per le cerrete (C=0,003 invece che 0,001), cui consegue un non trascurabile valore dell’erosione media annua (dell’ordine delle 20 t/ha), spesso della stessa categoria dei noccioleti, ovvero dei territori più a rischio (zone gialle della carta del 1994).
A ciò si aggiunga la possibilità di emersione del deflusso ipodermico in bosco, frequente nella lettiera, che viene in superficie al brusco cambio di pendenza tra le pareti della caldera e le zone a valle, soprattutto se queste ultime sono costituite dai noccioleti (cosa frequentissima nel bacino di Vico). Consegue da questa analisi l’importanza fondamentale degli aspetti forestali.
Un altro importante risultato delle elaborazioni effettuate emerge dal confronto delle tre carte, che non segnala cambiamenti rilevanti dal punto di vista della distribuzione delle classi di rischio erosivo, pur essendosi verificato il drastico cambio di uso del suolo, dagli anni ’60 ad oggi, descritto nel capitolo sull’ evoluzione storica dell’uso del suolo. Ciò è dovuto al peso preponderante, sull’erosione, dei fattori naturali (inclinazione e lunghezza del pendio ed aggressività del clima, invarianti nel tempo) che, nel particolare paesaggio vicano, prevalgono sensibilmente sui fattori antropici (copertura del suolo, dinamici).
L’attuale assetto del territorio ha certamente accresciuto il fattore di sistemazione (P-USLE) perché un tempo l’acqua di pioggia, bene prezioso, era controllata e conservata, campo per campo ed oggi è invece “scaricata” a valle da ogni proprietario. Ciò, come è noto, incrementa quantità e velocità dei deflussi, con le ovvie conseguenze sulla conservazione del suolo. D’altro canto, però, l’odierna adozione massiccia dell’inerbimento dei noccioleti compensa, almeno parzialmente, tale aspetto per la maggiore protezione del suolo, che riduce sensibilmente il fattore di copertura (C-USLE).

Ne consegue che la situazione di maggiore impatto ambientale si è manifestata negli anni ‘70-’80, allorquando era prevalente il noccioleto lavorato.
Tali considerazioni sono valide dal punto di vista della globalità del rischio erosivo (scala di bacino), ma non sono sufficienti a spiegare le differenze più specifiche nell’ambito dei sistemi colturali (scala di campo) per la complessità degli stessi. Questo è un limite dell’equazione USLE che è stato superato con l’utilizzo di un modello più sofisticato, in grado di chiarire certi fondamentali dettagli. Globalmente, però, i risultati della USLE mantengono validità, anche con riscontri nella realtà.
Il ruolo dei noccioleti è chiaramente documentato, in quanto, soprattutto nella zona delle pendici settentrionali del Monte Venere, capita di osservare strade invase dal fango quando sono costeggiate dai noccioli o del tutto prive del problema se attraversano i sistemi forestali.
Come segnalano le carte, a questi ultimi è associato un rischio erosivo relativamente minore, ma non trascurabile in valore assoluto e certamente meritevole di attenzione per la delicatezza degli equilibri ambientali del lago.

 

In queste foto si ha conferma di tale assunzione: nella prima vi si osserva un faggio del Monte Venere ribaltatosi circa venti anni fa, il cui apparato radicale, casualmente disposto contro il pendio, ha trattenuto man mano il sedimento proveniente da monte, con una sorta di effetto briglia. Ciò consentito alla pianta di sopravvivere, assumendo lo strano portamento che si osserva nella foto.
Nella seconda immagine si osserva accumulo di sedimento in prossimità di un avvallamento della strada che, dalla Statale detta Cimina, in prossimità del bivio per Caprarola, scende al lago. In questo punto si innesta un fosso che drena un bacino esclusivamente forestale e, per tale caratteristica, questo punto è stato scelto per il monitoraggio dei deflussi dal territorio forestale.