Veduta aerea di Pieve TesinoTerritorio   

AMBIENTE NATURALE

Il territorio del Tesino si estende per più di 200 km2 tra la catena del Lagorai e la Valsugana. Le vette del Lagorai lo chiudono verso nord separandolo dalla Val di Fiemme, mentre la Valle del Vanoi verso est lo divide dal gruppo delle Pale di S. Martino e dal Primiero. Sempre verso oriente, le strette incisioni idrografiche del torrente Senaiga e del Val Porra, giù fino alla confluenza col Brenta, segnano per lunghi tratti la linea di demarcazione con la provincia di Belluno e il Feltrino. Verso ovest è più difficile definire un chiaro limite fisiografico, che può essere individuato nella Val Campelle e, più a sud, nel solco del torrente Chieppena che per un tratto segna il confine occidentale del comune di Bieno.

A sud delle creste del Lagorai, e del solco vallivo del Vanoi, sorge l’imponente massiccio del Cima d’Asta, che con i suoi 2.850 m rappresenta il punto più alto del Tesino. Dai suoi contrafforti meridionali nasce il torrente Grigno che attraversa gran parte del territorio da nord a sud, ideale trait d’union tra gli alpeggi di alta quota e le ripide balze della Valle del Murelo in fondo alla quale il corso d’acqua scorre prima di confluire nel Brenta a soli 300 m di quota.

 Forra del torrente Grigno luglio 2006    Forra del torrente Grigno luglio 2006    Forra del torrente Grigno luglio 2006

Trasversalmente alla Valle del Grigno passa un’altra linea naturale di divisione, meno visibile ma ugualmente significativa nel diversificare l’ambiente del Tesino: è la linea tettonica della Valsugana che attraversando Driosilana e la Val Tolvà segna il limite tra le imponenti formazioni granitiche di Cima d’Asta, Cimon Rava, Monte Fierollo, Monte Tolvà, e quelle calcaree e dolomitiche di minore altezza come il Monte Silana, la Rocchetta, il Monte Agaro, Picosta, Monte Mezza. La varietà geologica che caratterizza questo territorio è completata dalle vulcaniti basaltiche del Lagorai e dalle formazioni metamorfiche del Vanoi.

Altopiano del TesinoIl Tesino è situato in una posizione intermedia tra le montagne più meridionali che si affacciano sulla pianura Padana, come l’altopiano di Asiago e le Prealpi venete, e le Alpi interne. Lungo le valli create dai corsi d’acqua affluenti del Brenta, a prevalente orientamento nord-sud, le correnti di aria umida provenienti dall’Adriatico possono ancora risalire e garantire precipitazioni abbondanti un po’ tutto l’anno, oltre a una certa mitigazione degli estremi termici. Dal punto di vista fitoclimatico, quindi, il Tesino rientra in gran parte nella cosiddetta regione forestale mesalpica. Può esserne esclusa solo la porzione più interna del suo territorio, a ridosso del Lagorai, che comprende la Val Sorda, la Val Cia e l’alta Val Tolvà, dove le nubi giungono dopo aver quasi esaurito il loro contenuto di umidità. Qui il clima è più continentale: le precipitazioni sono minori, le temperature invernali più rigide, l’escursione termica giornaliera e annuale più forte: sono i caratteri tipici della regione endalpica.

All’interno di questa situazione fitoclimatica complessiva accade quello che caratterizza ogni area montana: il variare dell’altitudine, dell’esposizione e della pendenza di cime, versanti e fondovalle crea una accentuata diversificazione di condizioni microclimatiche che si riflette sulle caratteristiche locali della vegetazione forestale. Le specie arboree presenti, il grado di mescolanza tra loro, la densità della copertura forestale, i ritmi di crescita degli alberi possono così essere molto diversi anche tra popolamenti posti a breve distanza tra loro. Questa variabilità naturale è stata esaltata o mortificata dall’uso che l’uomo durante i secoli ha fatto delle diverse porzioni dei boschi del Tesino.

Forra del torrente Grigno luglio 2006Tra 300 m sul livello del mare del tratto terminale della Valle del Grigno e la vetta della Cima d’Asta la morfologia del territorio Tesino presenta le più disparate caratteristiche. Le pendenze più modeste si trovano nei diversi fondovalle, spesso con sezione trasversale a U, dove però il bosco è stato in gran parte sostituito da prati e campi coltivati, e sugli ampi pascoli d’alta quota, attorno alle malghe, anch’essi poveri di alberi per l’azione dell’uomo e l’estrema rigidità del clima. Al di sotto di 1.700 m la foresta domina incontrastata le pendici dei monti, spesso molto acclivi.

Anche i suoli concorrono molto a comporre il mosaico delle condizioni ambientali. La varietà geologica, morfologica, microclimatica e vegetazionale che contraddistingue il territorio del Tesino non può non riflettersi sulle caratteristiche dei terreni quanto a profondità, composizione granulometrica, tenore idrico, grado di acidità, rapidità di trasformazione dei residui vegetali e animali in sostanze di nuovo utilizzabili dalle piante. Nel complesso, essi sono dotati di una buona fertilità, in grado di garantire lo sviluppo di cenosi forestali evolute; lo testimonia la ridotta presenza nel Tesino delle due più caratteristiche specie arboree pioniere dell’ambiente alpino, il pino silvestre e il pino nero, in grado di vegetare anche su terreni molto superficiali, poveri di acqua e di elementi nutritivi.

PanoramaFORMAZIONI FORESTALI

Nei quattro comuni del Tesino sono complessivamente presenti 13.759 ettari di boschi, una superficie che rappresenta più del 50% di quella territoriale. La maggior parte (6.999 ha) ricadono nel comune di Castello, seguito da quelli di Pieve (3.893 ha), Cinte (2.265 ha) e Bieno (602 ha).

I boschi nel territorio di Castello sono suddivisibili in quattro distinti complessi. Il più esteso ricopre le pendici calcaree del Monte Agaro e della Rocchetta; il secondo si sviluppa più a nord, lungo entrambi i versanti della Val Tolvà fin sotto le propaggini della Cima d’Asta; il terzo è posto a ridosso dell’abitato e si spinge verso la zona dei prati di Celado e giù lungo il torrente Grigno verso la Valsugana; il quarto è tutto compreso nella Valle del Vanoi e risale fino a Cima Socede.

I boschi all’interno del comune di Pieve sono più continui e si estendono dalle pendici meridionali del Cima d’Asta lungo l’alta Valle del Grigno, ricoprendo, verso sud-ovest, i versanti orientali e meridionali del Cimon Rava, del Monte Fierollo e del Monte Spiado fino alla Valle del Rio Chieppena e a Ravacena-Altanè, e, verso est, il versante meridionale del Monte Timoncello e la zona di Telvagola. Un secondo importante corpo boscato è localizzato a nord-ovest della Cima d’Asta, in Val Sorda e in Val Cia fino sotto le cime del Lagorai. Boschi di un certo interesse ricoprono anche il Monte Silana, a nord del centro abitato, e i rilievi attorno al pianoro in località Dietro Castello.

Nel territorio del comune di Cinte la maggior parte dei boschi si concentrano sulle pendici orientali del complesso di Monte Mezza, dalla Cima Lasta in giù fino all’alveo del torrente Grigno.

Il territorio boscato di Bieno, infine, si estende con un unico complesso sui ripidi versanti sopra il paese, dai 700 m del torrente Chieppena fino ai 2.400 m della Cresta di Ravetta.

È importante sottolineare che sono direttamente le amministrazioni comunali a gestire, in quanto proprietarie, la maggior parte di questo patrimonio naturale che, insieme alle malghe e ai pascoli di alta quota, ha rappresentato nei secoli scorsi la maggior garanzia di sopravvivenza per le popolazioni locali. Così il Comune di Castello possiede 5.600 ettari di foreste, quello di Pieve 3.000, quello di Cinte 1.200 e quello di Bieno 320.

Rinnovazione in peccetaIn virtù del clima che caratterizza il territorio del Tesino, i boschi che lo ammantano sono dominati dalle conifere, cioè da specie più adattate delle latifoglie a sopportare gli inverni rigidi delle Alpi. Il prevalere delle aghifoglie fa sì che questi boschi siano prevalentemente governati a fustaia. Con questo termine si identificano in selvicoltura i popolamenti forestali che hanno avuto origine da riproduzione sessuale o gamica, che, cioè, derivano dallo sviluppo di piantine nate dalla germinazione da seme. I boschi di latifoglie, invece, possono rinnovarsi anche per via asessuata o agamica: il taglio dell’albero stimola lo sviluppo di gemme già presenti sotto la corteccia della ceppaia, dalle quali si originano numerosi nuovi fusticini, detti polloni; questi, abbondantemente nutriti dall’apparato radicale della pianta madre, si accrescono rapidamente, assumono portamento arboreo e ricostituiscono in breve tempo la copertura forestale; in pochi anni i polloni raggiungono un diametro di 8-10 cm che li rende già adatti a essere utilizzati come legna da ardere.

Le fustaie, anche se periodicamente sottoposte a tagli di utilizzazione forestale, sono costituite da alberi di dimensioni ed età più ragguardevoli, sia pure generalmente inferiori a quelle delle foreste primarie mai toccate dall’uomo. Il diametro degli alberi, misurato di norma a 1,3 m da terra dove la forma del fusto è più regolare rispetto alla base, al momento della maturità economica raggiunge facilmente 50-60 cm, mentre la loro altezza può anche superare 30 m sui suoli più fertili. Il tempo necessario per raggiungere queste dimensioni dipende dalla fertilità del suolo ma anche dall’altitudine. Al di sopra di 1.500 m, infatti, la cosiddetta “bella stagione”, durante la quale le piante arboree ricevono calore sufficiente perché i processi fisiologici che determinano la loro crescita si possano svolgere, è in genere limitata ai mesi di luglio e agosto. Nelle aree alpine più produttive l’età della maturità economica è posta in media intorno a 100-120 anni, ma in alta quota gli alberi più grandi possono avere età anche superiori a 200 anni.

Negli ultimi decenni, tuttavia, l’intensità del prelievo di massa legnosa dai boschi del Tesino è stato sensibilmente inferiore rispetto ai ritmi naturali di crescita degli alberi. Questa tendenza, insieme all’adozione di pratiche selvicolturali più attente ai valori naturalistici degli ecosistemi forestali, ha fatto sì che oggi sia più facile incontrare alberi di dimensioni molto superiori alla media, con diametri anche di 80-90 cm; sempre più di frequente questi alberi vengono appositamente risparmiati dal taglio perché sono importanti per la vita della biocenosi.

Proprio per il fatto di essere costituite da alberi di dimensioni ed età mediamente molto maggiori rispetto ai cedui (boschi a prevalenza di latifoglie rinnovate per via agamica), le fustaie sono anche ecosistemi più complessi, ricchi di biodiversità. Il loro valore economico è elevato non solo a motivo della produzione legnosa ma per i numerosi benefici di ordine ecologico e sociale che sono in grado di offrire alle popolazioni locali e alla società nel suo complesso.

Nel Tesino, le fustaie costituiscono quasi il 90% dei boschi. Questa percentuale non varia molto da comune a comune. La maggiore quota di cedui è invece nel territorio di Castello, alle quote più basse, nella Valle del Murello lungo il corso inferiore del Grigno.

Le fustaie del Tesino sono composte in massima parte da tre tipiche conifere alpine: l’abete rosso o peccio (Picea abies), l’abete bianco (Abies alba) e il larice (Larix decidua). I pini tipici della Alpi, come già accennato, sono presenti in misura molto ridotta. Il pino silvestre (Pinus sylvestris) e il pino nero austriaco (Pinus nigra, var. austriaca) sono stati utilizzati su piccole superfici per riempire le radure dei cedui degradati, su terreni resi poco produttivi dall’erosione. Il pino cembro o cirmolo (Pinus cembra), essendo legato a condizioni climatiche continentali, è diffuso solo in Val Sorda e nella alta Valle del Vanoi. Anche il pino mugo (Pinus mugo) è componente minoritaria rispetto all’ontano verde (Alnus viridis) delle formazioni a portamento arbustivo poste al disopra delle fustaie d’alta quota.

Secondo i dati degli inventari svolti in occasione dei piani di assestamento forestale delle proprietà comunali del Tesino, l’abete rosso rappresenta più del 60% del totale degli alberi censiti (alberi con diametro superiore a 17,5 cm) seguito dall’abete bianco (25%) e dal larice (10%). In molte fustaie di conifere è presente, spesso in maniera diffusa, anche una latifoglia, il faggio (Fagus sylvatica). Tuttavia il numero delle piante di questa specie è molto basso (3%) in quanto si tratta in genere di individui giovani, di diametro inferiore a quello minimo considerato ai fini dell’inventario, relegate negli strati inferiori del popolamento forestale dal tipo di trattamento selvicolturale storicamente riservato a questa specie per soddisfare il diritto di uso civico di legnatico.

Nelle fustaie di conifere è anche presente un corteggio di altre latifoglie come l’acero di monte (Acer pseudoplatanus), l’acero riccio (Acer platanoides), il sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia), il salicone (Salix caprea), la betulla (Betula pendula) e l’ontano verde, specialmente ai margini del bosco e nelle aperture create dalla caduta dei grossi alberi a opera dell’uomo o degli eventi meteorici. La pratica dell’uso civico di legnatico ha molto limitato la diffusione e le dimensioni anche di queste specie.

I dati riportati mettono in evidenza un certo squilibrio compositivo dei boschi del Tesino rispetto alle caratteristiche bioclimatiche del territorio, in base alle quali ci si aspetterebbe una maggiore presenza di abete bianco e faggio rispetto al peccio e al larice. L’abete bianco, infatti, trova il suo optimum climatico proprio all’interno della regione mesalpica. E il faggio dovrebbe essere una delle principali componenti dello strato superiore del popolamento arboreo in vari boschi misti con le conifere. Tale alterazione nella composizione arborea e nella struttura dei popolamenti forestali è dovuta alla plurisecolare azione dell’uomo che attraverso tagli e rimboschimenti ha favorito la diffusione delle specie di maggiore valore mercantile, quali l’abete rosso e il larice, a scapito dell’abete bianco e delle latifoglie in generale.

Attualmente, nelle diverse parti del Tesino le tre conifere maggiormente presenti danno vita a popolamenti sia puri che misti con grado di mescolanza anche molto diverso a seconda delle condizioni microclimatiche, della natura del suolo e, naturalmente, dell’impatto dell’azione dell’uomo.

LaricetiLariceti

In montagna i boschi sono formati da popolamenti chiusi, con le fronde degli alberi a contatto fra loro, solo fino a una certa quota: vale a dire fin dove le condizioni climatiche consentono al suolo, nonostante la copertura delle chiome, di ricevere una quantità di calore sufficiente a consentire il disgelo primaverile e la vita delle piante durante l’estate. In Tesino questo limite altimetrico si colloca tra 1.700 e 1.800 m, a seconda delle zone e delle esposizioni. Al di sopra di questo limite il bosco gradualmente si apre. Risulta, cioè, formato da gruppi di alberi separati da radure sempre più ampie fino a che sulla superficie aperta rimangono pochi individui arborei sparsi in mezzo a una vegetazione dominata da arbusti di ontano verde, rododendro (Rhododendrum ferrugineum), ginepro nano (Juniperus communis var. nana), pino mugo. Le condizioni climatiche particolarmente severe plasmano il portamento delle piante. Gli alberi sono spesso colpiti da fulmini o stroncati da vento, neve e ghiaccio. Gli arbusti rimangono prostrati al suolo per sfruttarne il calore e ripararsi dalle tempeste.

In tutta questa fascia altitudinale che, a seconda della micromorfologia e dell’estensione dei pascoli alpini, giunge fino a 2.000 m lungo i versanti della Val Sorda, dell’alta Val Tolvà, del Cima d’Asta, del Cimon di Rava, del Monte Spiado e del Monte Agaro, sulle ripide pendici che scendono verso il Senaiga, dominano i lariceti puri o misti con abete rosso.

Il larice è specie eliofila, frugale, molto adattabile e dal seme leggero. Queste sue prerogative la rendono capace di colonizzare o ricolonizzare velocemente tutte le aree in cui a causa di eventi naturali (frane, valanghe, tempeste di vento) o dell’azione dell’uomo (tagliate a raso) la vegetazione preesistente sia stata distrutta o non sia in grado di esercitare sufficiente competizione per la luce e per l’acqua. Tali condizioni si verificano più facilmente alle quote più elevate dove gli eventi meteorici avversi sono più frequenti, i pascoli sempre meno utilizzati e la diffusione di specie potenzialmente concorrenti come l’abete rosso molto lenta. Alle quote più basse il larice conserva tutta la sua capacità di riempire gli spazi aperti ma viene rapidamente sostituito da altre specie, in particolare abete rosso e abete bianco che si rinnovano facilmente sotto la sua copertura se non troppo ostacolate dal sottobosco.

I lariceti con maggiore presenza di abete rosso sono localizzati su pendici molto ripide, spesso rocciose, e hanno in genere una densità ridotta per consentire un maggior afflusso di calore al suolo.

I popolamenti sono di frequente interrotti dai canaloni periodicamente percorsi dalle valanghe che segnano con chiare linee il soprassuolo impedendogli di ricrescere completamente.

Il lariceto puro, in genere piuttosto rado e con ampie radure, è invece più presente in prossimità delle malghe (malga Sorgazza, malga Cima d’Asta, malghe della Val Sorda) su terreni a morfologia più dolce. Questa presenza è legata all’azione dell’uomo che ha a lungo sfruttato il fatto che il larice, per la leggerezza della sua chioma, non impedisce alla luce di penetrare in quantità sufficiente fino al suolo, e consente di ottenere allo stesso tempo erba per il bestiame al pascolo e legname per la costruzione e manutenzione degli edifici negli alpeggi, il loro riscaldamento e la cottura dei cibi. Il cessare dell’attività zootecnica ha innescato l’evoluzione di queste formazioni vegetali verso forme più complesse, favorendo la diffusione sotto la copertura del larice di arbusti di rododendro e mirtillo e di giovani piantine di abete rosso. Si tratta di un processo lento per le difficili condizioni climatiche di queste altitudini, dove le piante trovano calore sufficiente ai loro processi vitali solo per due mesi e mezzo ogni anno.

In Val Sorda e nel Vanoi, nei popolamenti che occupano la fascia altitudinale più alta della vegetazione forestale, al larice si accompagna anche un’altra conifera di grande valore economico e naturalistico, il pino cembro o cirmolo.

PeccetaPeccete

Al di sotto di 1.700 m di quota l’abete rosso diviene in molte parti del Tesino la specie dominante. Il peccio è albero dal temperamento plastico, capace di vivere un po’ in tutti gli ambienti climatici ed edafici dell’arco alpino, pur trovando il suo optimum nelle catene più interne a orientamento est-ovest, meno raggiunte dalle correnti umide (regione forestale endalpica). Verso il limite superiore della vegetazione arborea non sono tanto le basse temperature a limitarne la diffusione ma gli stress idrici che si verificano nelle giornate soleggiate invernali quando la pianta non trova nel terreno gelato l’acqua necessaria a compensare le perdite per evapo-traspirazione degli aghi. Alle quote basse non riesce a vivere sui terreni con disponibilità di acqua molto scarsa, a causa dell’apparato radicale assai superficiale che non gli consente di cercare umidità in profondità.

Nel Tesino, le peccete tipiche, definite subalpine e altimontane, sono relativamente poco diffuse. Questo tipo di bosco, composto in massima parte da abete rosso con una minoritaria presenza di larice, occupa in diversi settori delle Alpi la fascia più alta della vegetazione arborea. In molte parti del Tesino, invece, le correnti umide che risalgono le valli consentono all’abete bianco e al faggio di vegetare fino anche oltre 1.600 m, al di sopra dei quali la ripidità delle pendici o la presenza dei pascoli rende più competitivo il larice rispetto al peccio. Così la tipica pecceta subalpina è presente solo nei distretti con caratteri climatici spiccatamente continentali come quelli della Val Sorda e del Vanoi dove la specie è stata anche molto utilizzata per rimboschire vecchi pascoli abbandonati. Una stretta fascia di queste formazioni si trova sopra la malga Sorgazza, a Boalo di Cima d’Asta, sugli alti versanti della Val Tolvà e su quelli settentrionali del Monte Agaro (Gorgantile e Prapezzè).

Ma estesi popolamenti a chiara prevalenza di abete rosso si trovano anche a quote più basse (peccete montane) dove l’azione selvicolturale o le condizioni climatiche locali hanno sfavorito l’abete bianco, come sugli assolati pendii meridionali del Monte Fierollo, del Monte Silana, di Telvagola e del Monte Agaro. Questi popolamenti sono dominati sempre dall’abete rosso ma con significativa partecipazione di larice, come specie ricolonizzatrice delle tagliate, e faggio nello strato inferiore dei popolamenti. L’abete bianco è spesso del tutto assente a causa della ridotta disponibilità idrica del suolo. La pecceta montana è presente anche nei tratti più stretti del fondovalle del torrente Grigno, dove la morfologia favorisce il fenomeno dell’inversione termica a causa del ristagno di umidità e aria fredda, creando anche in questo caso condizioni sfavorevoli all’abete bianco. Alla diffusione dei popolamenti puri di abete rosso al disotto delle quote più tipiche hanno contribuito anche i rimboschimenti effettuati sui pascoli abbandonati e nelle aree degradate dei boschi cedui.

Abetine miste

Il tipo di bosco in assoluto più esteso in Tesino è il piceo-abieteto, vale a dire l’abetina mista di abete rosso e abete bianco. Il grado di mescolanza tra le due specie è variabile in dipendenza delle caratteristiche stazionali e dell’azione dell’uomo. Tuttavia solo in poche aree la percentuale dell’abete bianco supera quella dell’abete rosso (Valle del Vanoi, Picosta, Monte Mezza) e l’abetina pura è del tutto eccezionale. Frequente è la presenza di grosse piante sparse di larice e di fusti di faggio, relegati in genere nello strato inferiore del popolamento arboreo. Significativa dal punto di vista della biodiversità, anche se quantitativamente limitata, è la presenza, soprattutto nelle piccole radure, di altre latifoglie come il sorbo degli uccellatori, gli aceri montani e la betulla, e di salici e ontani (Alnus glutinosa, Alnus incana) lungo gli impluvi.

Il piceo-abieteto occupa una fascia molto ampia di territorio, situata tra 1.100 e 1.600 m, in tutto il Tesino. Fanno eccezione, come già menzionato, i versanti più aridi o i fondovalle dove le condizioni microclimatiche rendono minima la capacità dell’abete bianco di competere con l’abete rosso.

L’abete bianco è specie con preferenze ecologiche intermedie tra il faggio e l’abete rosso. Sopporta meglio del faggio le gelate primaverili e può, quindi, salire maggiormente in quota e vivere in aree a clima più continentale, ma soffre molto più dell’abete rosso gli stati di deficit idrico invernale che non gli consentono di far fronte all’intensa traspirazione cuticolare che lo caratterizza. In generale, l’abete bianco ha bisogno di una buona disponibilità di acqua nel suolo nei mesi primaverili; essendo meno efficiente del faggio nello sfruttare l’umidità atmosferica soffre di più i terreni con scarsa capacità idrica. Al di là dell’esistenza o meno di condizioni ambientali più meno favorevoli alle sue esigenze, la presenza dell’abete bianco è stata limitata dall’uomo. L’azione selvicolturale nei secoli scorsi ha favorito l’abete rosso per via del legno di migliore qualità tecnologica e quindi più richiesto dal mercato. D’altro canto, tra gli anni ‘70 e ‘80, nelle aree boschive danneggiate da eventi meteorici (vento e neve) o percorse dal fuoco sono stati in molti casi impiegati trapianti di questa specie proprio al fine di favorirne l’espansione.

Anche il faggio è una specie la cui attuale diffusione nei boschi del Tesino è inferiore alle sue potenzialità, prevalentemente a causa dell’azione umana. Poco considerato al fine di ottenere legname da opera, il faggio è sempre stato destinato alla produzione di legna da ardere, soprattutto per soddisfare il diritto di uso civico di legnatico delle popolazioni locali. Nel passato il governo a ceduo prescritto a tal fine è stato spesso esercitato in modo irrazionale, senza rispettare i criteri selvicolturali stabiliti dai comuni circa le dimensioni minime e la qualità dei polloni da tagliare. La presenza del faggio e delle latifoglie nelle abetine miste è di conseguenza molto diminuita: solo raramente raggiunge il 10% del numero degli individui censiti, e queste specie sono rappresentate quasi esclusivamente da individui di piccole dimensioni e dal portamento contorto.

Boschi di latifoglie

In Tesino esistono anche aree coperte da boschi di latifoglie in cui le conifere rappresentano una frazione minoritaria. Queste formazioni forestali dominano il territorio al di sotto dei 1.100 metri, in particolare lungo le pendici meridionali del Monte Silana e su entrambi i versanti della Valle del Grigno che scendono dall’altipiano fino alla Valsugana. Sono ancora prevalentemente governate a ceduo ma l’area dei popolamenti avviati alla conversione a fustaia è in costante aumento. La specie più diffusa alle quote maggiori e sui terreni migliori è il faggio, che in passato costituiva imponenti popolamenti di alto fusto la cui ricostituzione è uno degli obiettivi delle suddette conversioni.

Al faggio si associano specie a temperamento più termofilo come il carpino nero (Ostrya carpinifolia), il pioppo tremolo (Populus tremula), l’orniello (Fraxinus ornus), la roverella (Quercus pubescens), il nocciolo (Corylus avellana), il pero corvino (Amelanchier ovalis), il farinaccio (Sorbus aria), il viburno (Viburnum lantana), il maggiociondolo (Laburnum anagyroides), il ligustro (Ligustrum vulgare), il caprifoglio o madreselva (Lonicera alpigena, Lonicera nigra e Lonicera xilosteum) che scendendo di quota divengono prevalenti, soprattutto sui terreni a maggiore pendenza, più superficiali, o lungo i pendii ricchi di balze rocciose. Specie sporadiche sono il frassino maggiore (Fraxinus excelsior) e il tiglio selvatico (Tilia cordata), localizzato soprattutto in corrispondenza di piccole radure.

Sulla composizione dei cedui ha influito anche l’intensità delle ceduazioni. Dove queste sono state più frequenti e mal condotte, favorendo così i fenomeni erosivi e l’inaridimento del suolo, il faggio ha ceduto il passo più facilmente alle altre latifoglie. E dove la vitalità delle ceppaie è stata più fortemente compromessa, determinando la formazione di aperture nella continuità del soprassuolo arboreo, si sono spontaneamente insediati nuclei di conifere formati da abete rosso, pino silvestre e pino mugo; in alcuni casi questi nuclei sono comunque il frutto di veri e propri rimboschimenti realizzati per ricoprire il suolo e aumentare il valore del legname ricavabile durante l’utilizzazione del soprassuolo.

Vegetazione riparialeNei fondovalle, lungo i compluvi o sui bassi versanti della Valle del Grigno e dei suoi affluenti, particolarmente umidi e instabili, laddove il bosco di conifere stenta ad affermarsi a causa della scarsa altitudine o delle caratteristiche edafiche, si sviluppano boschi e boscaglie miste a temperamento pioniero e a prevalenza di ontano bianco, con l’ontano nero (Alnus glutinosa), l’acero di monte, l’olmo montano (Ulmus glabra), il nocciolo, il sambuco (Sambucus nigra) e la frangola (Frangula alnus). Un esempio significativo lo si rinviene nell’Arboreto del Tesino, in località Campagnola nella vallata del Rio Solcena, sulle pendici nord-orientali del Colle Danè, nei comuni di Pieve Tesino e Cinte Tesino a un’altitudine compresa tra 800 e 845 m s.l.m.