Secondo le leggende tradizionali, l'Impero giapponese sarebbe stato fondato nel 660 a.C. dall'imperatore Jimmu tenno, discendente dalla dea Amaterasu. In realtà, non si trova menzione di un vero e proprio Stato nel territorio dell'arcipelago in un periodo anteriore ai primi secoli dell'era volgare. Gli archeologi non hanno finora scoperto alcuna traccia evidente dell'esistenza di una civiltà paleolitica nell'arcipelago, ma sono generalmente d'accordo nel riconoscere due culture neolitiche, la più recente delle quali si collocherebbe intorno agli inizi dell'era volgare. Il periodo protostorico, compreso tra gli inizi del II sec. d.C. e la metà del V, non interessa che la metà meridionale dell'arcipelago: i grandi progressi compiuti in queste regioni (specialmente l'uso dei metalli) sono la conseguenza dei contatti sempre più frequenti con la Cina, dapprima attraverso gli Stati coreani, già sinizzati. Nei testi cinesi si trova per la prima volta menzione dell'esistenza di una confederazione di "regni" abitati da un popolo intelligente, bellicoso e organizzato in clan a struttura fortemente gerarchica. Alcuni clan erano stabiliti nella parte settentrionale di Kyushu, altri sulle coste del mare interno: uno di questi ultimi, che agli inizi del V sec. dominava la regione di Yamato, elevò il suo capo alla dignità di Supremo Augusto Imperatore (Sumera no Mikoto) e iniziò a costruire nella pianura di Nara uno Stato accentrato sul modello continentale (riforma di Taikwa, 646 d.C.)
| L'assimilazione della cultura cinese: epoca Nara (710 - 794) e Heian (794 - 1185) |
|
|
|
Una volta saldamente installato al potere, il clan "imperiale" fu costretto a cercare al di fuori i princìpi politici e morali che giustificassero la sua preponderanza politica e le istituzioni che gli consentissero di instaurare nell'arcipelago un'embrionale amministrazione. A tale duplice scopo si attinse ai classici confuciani e ai sutra (libri canonici) buddhisti; nello stesso tempo furono prese a modello le istituzioni cinesi. Durante sei secoli, periodo in cui veniva introdotto il buddhismo, si compì nell'arcipelago una rivoluzione culturale, politica ed economica, che inserì il Giappone nella sfera di influenza cinese. Il capo del clan imperiale si convertì al buddhismo e assunse il titolo cinese di imperatore (tenno): l'antica aristocrazia dei clan alleati al clan imperiale non rinnegò la sua origine "divina", ma rafforzò il suo potere sacrale attraverso i concetti di lealtà e di responsabilità derivanti dal confucianesimo cinese. L'epoca di Nara, così chiamata dal nome della prima capitale fissa, Nara (costruita nel 710), fu caratterizzata dall'assimilazione della cultura cinese (introduzione della scrittura ideografica, redazione di cronache nazionali [Nihongi] e di un codice di leggi [Taiho], riforma agraria) e dalla preminenza dell'antico clan dei Fujiwara. Nel 794 con il trasferimento della capitale a Kyoto si aprì la cosiddetta "epoca di Heian" (antico nome di Kyoto) che durò fino al 1185. Questo periodo fu contrassegnato dalla graduale perdita di influenza del clan Fujiwara, i cui capi avevano esercitato dall'866 all'882 funzioni di reggenti; sul piano religioso si assistette alla trasformazione del buddhismo che si "giapponesizzò" e compenetrò sempre più la vita nazionale. D'altra parte una nuova aristocrazia terriera tese a riunire nelle sue mani le terre che le leggi del VII e dell'VIII sec. modellate su quelle cinesi avevano distribuito tra numerosi piccoli coltivatori. La nuova classe aristocratica beneficiava di numerose esenzioni fiscali e aveva un carattere militare ben marcato: i suoi membri guerreggiavano continuamente tra di loro e con gli Ainu, che abitavano nella parte settentrionale di Honshu. Verso il 1150 non restavano in lizza che due grandi famiglie, i Taira e i Minamoto. I Taira divennero abbastanza potenti da estromettere i Fujiwara, dopodiché si scontrarono con i Minamoto, dando inizio a un periodo di aspre lotte che costituì l'età aurea della cavalleria giapponese: la battaglia navale di Dan-noura (1185) consacrò il trionfo della casata dei Minamoto.
Il periodo delle dittature militari: le epoche Kamakura, Muromachi e Momyama (1185 - 1600)
Dopo la sua vittoria sui Taira, Yoritomo, capo del clan Minamoto, si proclamò (1192) generalissimo (shogun) creando così una nuova istituzione, lo shogunato, destinata a durare fino al 1867. Egli elesse a capitale la città di Kamakura, 20 km a sud di Yokohama, e dopo aver ripartito le province tra i suoi compagni d'armi instaurò una vera dittatura. Il sorgere di questo nuovo regime non provocò tuttavia la fine del regime imperiale e lo shogunato si incorporò nelle strutture preesistenti. L'imperatore, la sua corte, i suoi ministri continuarono a risiedere a Kyoto, ma la macchina imperiale girava ormai a vuoto. Nell'epoca Kamakura (1192- 1333) si produsse un nuovo frazionamento del potere, questa volta a spese del regime shogunale. Dopo la morte di Yoritomo (1199) i suoi vicari (shikken), del clan Hojo, eliminarono definitivamente i Minamoto, poi si arrogarono il diritto di esercitare il potere derivato, dicevano i nuovi shogun, direttamente da Yoritomo. Gli usurpatori Hojo seppero conservare il potere per oltre un secolo (1200- 1333), che fu un periodo tra i più prosperi della storia giapponese: grazie all'energia di uno di essi, Tokimune, il Giappone riuscì a conservare la sua indipendenza minacciata da due tentativi di invasione mongola nel 1274 e nel 1281. Ma l'enorme sforzo finanziario compiuto nel corso della guerra contro i Mongoli (si erano dovute fortificare le coste dell'arcipelago) aveva rovinato le finanze shogunali, mentre i grandi daimyo (signori feudali) del Sud-Est manifestavano velleità di indipendenza. La crisi fu risolta nel 1338 da un uomo nuovo, Ashikaga Takauji, che si installò a Kyoto e si proclamò shogun, iniziando il periodo detto Muromachi (1338-1573). Come già i Minamoto, gli Ashikaga si rivelarono incapaci di dare un governo forte al Giappone, preda dei dissensi provocati dalla crescente potenza dei grandi daimyo e dei monasteri buddhisti che disponevano di veri eserciti. La loro autorità fu inoltre gravemente compromessa fin dagli inizi da uno scisma dinastico: Daigo II (Go- Daigo), il legittimo imperatore che aveva privato Takauji del potere, si rifugiò nella fortezza di Yoshino, a sud di Kyoto, di dove poteva mantenere la sua influenza sulle grandi famiglie guerriere, mentre un imperatore rivale, tenuto sotto la stretta sorveglianza degli Ashikaga, teneva corte a Kyoto. Due altri fatti importanti caratterizzarono questo periodo Muromachi: da una parte, lo sviluppo di un ceto di mercanti all'ingrosso, di cambiavalute, di usurai, di trasportatori, che costituì il primo nucleo di una borghesia urbana; dall'altra, i rapporti commerciali con il continente, interrotti dopo i primi fruttuosi contatti del VII sec., ripresero con vigore nei secc. XV e XVI, mentre i primi Occidentali, commercianti e missionari portoghesi e spagnoli, sbarcavano nell'arcipelago a partire dal 1542. I Giapponesi accolsero dapprima con molto favore il cristianesimo (agli inizi del XVII sec. si calcola che i cristiani fra la popolazione ammontassero a circa 300.000), come pure le armi da fuoco e la tecnica militare europee. Verso la metà del XVI sec. l'incapacità degli Ashikaga di governare era divenuta evidente; essi riuscirono a conservare il potere fino al 1573 soltanto perché nessuna personalità di particolare spicco era riuscita ancora a imporsi sui clan; ma nella seconda metà del XVI sec. tre guerrieri di modesta origine unificarono il Giappone facendolo entrare in una nuova fase storica: Oda Nobunaga, che sottomise le province del centro, depose Yoshiaki, ultimo degli shogun Ashikaga (1573), e risanò le rovine accumulatesi in un secolo di guerra civile; Toyotomi Hideyoshi, figlio di contadini che, raggiunto il potere, completò l'opera di Nobunaga, ma trascinò l'esercito nipponico nella disastrosa avventura di Corea (1598); infine, un piccolo aristocratico di provincia, Iyeyasu, della famiglia Tokugawa, che unificò definitivamente il Giappone, schiacciando i daimyo dissidenti nella battaglia di Sekigahara (1600) e che, proclamandosi shogun, fondò una casata destinata a governare il Giappone per due secoli e mezzo.
| Lo shogunato autoritario e accentrato: epoca Tokugawa (1600 - 1868) |
|
|
Hideyoshi aveva realizzato sul finire del XVIsec. l'unità dell'arcipelago. Tale unità, però, riposava solo sulla forza delle armi: fu Iyeyasu a renderla definitiva dandole un solido fondamento amministrativo e giuridico. Egli si fece conferire dall'imperatore il titolo ereditario di shogun (1603) e stabilì la sede del suo governo a Yedo (l'odierna Tokyo). Ridusse tutti i daimyo sotto il suo controllo attraverso una fitta rete di spie, costringendo i parenti prossimi dei daimyo a vivere alla sua corte quali ostaggi e gli stessi daimyo a risiedervi periodicamente. La stessa corte imperiale fu sottoposta alla sorveglianza costante dei funzionari shogunali delegati a Kyoto. Per quanto riguarda la politica estera, Iyeyasu e i suoi successori fecero di tutto per isolare il Giappone dal resto del mondo; a partire dal 1624 decreti di espulsione colpirono gli stranieri e solo pochi mercanti cinesi e olandesi confinati nell'isola di Deshima, in prossimità di Nagasaki, furono ammessi a commerciare nel 1640 attraverso funzionari shogunali in veste di intermediari. Fu vietato ai Giapponesi di espatriare sotto pena di morte (1633) e il tonnellaggio delle navi mercantili fu limitato così da rendere impossibile la navigazione oceanica (1637). Naturalmente i primi a soffrire di questa politica di isolamento furono i missionari e gli indigeni convertiti. Nel 1637 scoppiò nella penisola di Shimabara una rivolta tra la popolazione giapponese convertita al cristianesimo che terminò con lo sterminio di 37.000 insorti. Da questo momento il cristianesimo cessò di esistere in Giappone come religione organizzata. L'epoca Tokugawa, culminata nel periodo Genroku (1687-1709), fu caratterizzata dalla rapida ascesa della borghesia cittadina, mentre diminuiva in proporzione l'influenza della vecchia casta dirigente dei daimyo, legata a un'economia agricola. La situazione dei contadini, che costituivano la principale classe produttiva, restò per tutto questo periodo critica e lo stesso shogun dovette ripetutamente intervenire per domare talune rivolte nelle campagne, assai violente. Nel corso del XIXsec. si svilupparono le contraddizioni interne che resero possibile la trasformazione del Giappone in uno Stato moderno e l'abolizione del dualismo di imperatore e shogun. A partire dal XVII sec. si era formato intorno ai potenti capi dei clan meridionali e occidentali un movimento di opinione favorevole alla restaurazione dell'autorità imperiale, e questi capi, d'altra parte, manifestavano un costante interesse per le arti e la tecnologia occidentali. A partire dal 1825 le potenze occidentali esercitarono sul Giappone la loro crescente pressione: esse chiedevano in particolare un trattamento umano per i loro naufraghi, la concessione di stazioni carbonifere nei porti giapponesi e la libertà di operare sul suolo dell'arcipelago per i loro mercanti e per i loro missionari. La prima mossa in questo senso ebbe luogo nel 1853, quando il comandante americano Matthew Perry, violando i divieti, entrò con le sue navi nella baia di Yedo (Tokyo) e l'anno successivo impose al governo dello shogun una convenzione relativa ai naufraghi e l'apertura di due porti per il rifornimento delle navi americane. Nel 1856 giunse a Yedo il primo ambasciatore americano, Townsend Harris, che ottenne la firma di un trattato commerciale (29 luglio 1858) sul quale si modellarono nei mesi seguenti analoghi trattati stipulati da Olandesi, Russi, Inglesi e Francesi. Tali trattati aprirono il Giappone alle relazioni politiche, culturali e commerciali con l'Occidente, provocando un'immediata reazione da parte dei nemici del regime shogunale. Questi si abbandonarono, nel nome dell'imperatore, a una serie di atti di violenza contro i residenti stranieri (dodici dei quali furono assassinati tra il 1859 e il 1862) e nel 1863 bombardarono le loro navi a Shimonoseki, il che provocò rappresaglie immediate da parte delle potenze. Di fronte ai mezzi militari degli Occidentali, l'impotenza del governo shogunale divenne palese agli occhi dei suoi stessi seguaci: il 9 novembre 1867 Yoshinobu, ultimo degli shogun Tokugawa, si piegò senza tentar di resistere e rimise tutti i poteri all'imperatore Mutsuhito (Meiji) allora quindicenne.
La trasformazione del Giappone in uno Stato moderno: l'era Meiji ( 1868 - 1912 )
Alcune istituzioni liberali, concentrazione di capitali, banche, elettrificazione, industria pesante.
L'inizio dell'era Meiji fu contrassegnato da due avvenimenti importanti: 1. il trasferimento dell'imperatore nell'antica capitale shogunale di Yedo ribattezzata in quell'occasione Tokyo ("capitale dell'Est", per distinguerla da Kyoto, l'antica capitale imperiale); 2. l'emanazione di un rescritto imperiale (6 aprile 1868) che preannunciava l'abolizione del feudalesimo, la modernizzazione economica e amministrativa del paese e la creazione di assemblee consultive destinate a rappresentare la pubblica opinione. Nella realtà, la modernizzazione economica del Giappone, incredibilmente rapida, provocò il sacrificio inevitabile delle istituzioni liberali preannunciate con questo rescritto. Fu un gruppo relativamente ristretto di uomini energici - giovani samurai, nobili della corte di Kyoto, ex funzionari shogunali - già esperti nell'esercizio del potere e penetrati del sentimento della grandezza nazionale, a prendere in mano i destini del Giappone dopo il 1868, esercitando sullo svolgersi degli eventi un'influenza certamente molto maggiore di quella dello stesso imperatore Mutsuhito (Meiji). Tra il 1869 e il 1878 i riformatori Kido, Okubo, Goto e Iwakura abolirono due istituzioni caratteristiche del Giappone feudale: il governo provinciale dei daimyo e la suddivisione della società in classi rigidamente distinte. Le prime vittime di questi provvedimenti furono i samurai, privati dei loro, sia pur ridotti, mezzi di sostentamento. Nel febbraio 1877 il malcontento dei samurai scoppiò nella rivolta di Satsuma, guidata da Saigo Takamori, un riformatore "pentito". Occorsero otto mesi di lotta per domare la rivolta, ma alla fine la vittoria del nuovo esercito nazionale reclutato per mezzo della coscrizione ebbe un enorme effetto in tutto il Giappone fornendo la prova della totale supremazia del governo centrale. In politica interna il Giappone parve seguire l'esempio dell'occidente dandosi una costituzione (11 febbraio 1889) ed eleggendo l'anno seguente una dieta; ma l'adozione di un sistema parlamentare fu lungi dal produrre istituzioni veramente liberali e lo Stato giapponese restò una monarchia assoluta, appoggiata a un'alta burocrazia i cui quadri erano per lo più costituiti da ex samurai acquisiti ai programmi di riforma. La modernizzazione economica fu invece straordinariamente rapida; in dieci anni (1870-1880) le associazioni di mercanti e banchieri note con il nome di zaibatsu realizzarono la concentrazione del capitale, procedettero all'elettrificazione dell'arcipelago e lo dotarono di una rete ferroviaria, mentre venivano edificate le grandi industrie metallurgiche, tessili e minerarie. Occorre aggiungere che scopo principale della creazione di queste industrie era quello di fornire al più presto all'esercito e alla marina giapponesi i mezzi per resistere a qualsiasi aggressore anche occidentale; i beni di consumo correnti continuarono invece a essere prodotti con i sistemi artigianali tradizionali.
| L'espansione giapponese (1890 - 1945) |
|
|
|
|
|
|
|
In politica estera il primo obiettivo dei capi dell'era Meiji fu quello di ottenere l'uguaglianza sul piano diplomatico con gli stranieri e l'abolizione dei trattati firmati dai Tokugawa dopo il 1853. Ottenuto il riconoscimento de facto della parità con le potenze occidentali, il Giappone intraprese la sua espansione territoriale a spese dei paesi sottosviluppati dell'Asia orientale; gli intrighi giapponesi in Corea provocarono nel 1894 una guerra con la Cina, che dimostrò in modo impressionante la superiorità dell'esercito e della marina nipponica. Dopo una serie di rapide vittorie, con il trattato di Shimonoseki (1895) il Giappone ottenne dalla Cina l'isola di Formosa, le Pescadores e l'affitto della penisola del Liao-tung. L'intervento delle potenze europee (esclusa l'Inghilterra) impedì al Giappone di assicurarsi quest'ultima concessione a beneficio della Russia. Più tardi il Giappone intervenne a fianco degli Occidentali nella guerra cosiddetta dei boxers (1900) e concluse nel 1902 un trattato di alleanza con l'Inghilterra che gli assicurò libertà d'azione in Manciuria. Nel 1904 il governo nipponico, preoccupato dell'espansione russa in Asia (Corea e Manciuria), provocò lo scoppio della guerra russo- giapponese, nella quale, in diciotto mesi di lotta, la Russia, dopo gravi scacchi in Manciuria (Mukden), fu costretta a capitolare a Port Arthur, mentre poco più tardi a Tsushima la sua flotta venne annientata dall'ammiraglio Togo; di conseguenza il governo zarista dovette firmare il trattato di Portsmouth, negli Stati Uniti (settembre 1905). Il Giappone ottenne il protettorato su Manciuria e Corea (quest'ultimo paese fu posto sotto protettorato nel 1907 e annesso all'Impero giapponese nel 1910). Nel 1912, alla morte di Mutsuhito, l'era Meiji ufficialmente era chiusa, ma non certo quella dell'espansione nipponica che continuò anche con il successivo imperatore Yoshihito (1912-1926), il cui regno fu detto "era Taisho". Quando nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, il governo di Tokyo decise di schierarsi a fianco degli Alleati con l'obiettivo immediato di impadronirsi dei possedimenti tedeschi in Cina e nel Pacifico. Il 7 novembre 1914 i fucilieri di marina giapponesi penetrarono nella baia navale di Tsingtao dopo un assedio durato due mesi, mentre le forze navali nipponiche si erano impadronite già in ottobre delle isole tedesche del Pacifico a nord dell'equatore: le Caroline, le Marshall, le Marianne. Nel novembre 1914 il Giappone aveva terminato le operazioni militari ma, approfittando del momento favorevole (l'attenzione degli Occidentali era concentrata sul fronte europeo), aprì un'offensiva diplomatica contro la Cina: il 18 gennaio 1915 il ministro giapponese a Pechino consegnò a Yüan Shih-k'ai una lunga lista di richieste, note con il nome di "ventun domande", il cui accoglimento avrebbe posto lo Stato cinese in una posizione di vassallaggio. Alla conferenza di Versailles (1919) la politica del Giappone mirò a ottenere conferma dei suoi diritti in Cina sullo Shan- tung e sugli ex possedimenti tedeschi del Pacifico; d'altra parte la guerra aveva impresso uno sviluppo senza precedenti all'industria e al commercio giapponesi: nel 1919 il Giappone era una delle cinque grandi potenze mondiali. Sul piano della politica interna, la conseguenza immediata dello sviluppo economico e territoriale del Giappone fu, con la costituzione del governo Hara (1918), una decisa sterzata in senso liberale: alla conferenza di Washington del 1922 i Giapponesi acconsentirono a ritirare le loro truppe dallo Shan-tung e dalla Siberia (dove erano intervenuti in funzione antibolscevica nel 1918) e a ridurre i loro armamenti navali. Ma la politica conciliante dei liberali aveva suscitato l'ostilità di alcuni membri conservatori del Consiglio imperiale che insistevano perché il Giappone continuasse la sua politica di espansione territoriale sul continente cinese. Questi elementi aggressivi ed estremisti avevano un peso decisivo, e imponevano facilmente la loro volontà all'imperatore stesso che, dal 1926, era il giovane Hirohito, succeduto sul trono a Yoshihito dopo cinque anni di reggenza, dal 1921 (l'era di Hirohito è detta "Showa tenno"). Mentre si susseguiva una serie di governi deboli e di effimera durata (Kato, 1922 e 1924; Tanaka, 1927-1929; Hamaguchi, 1929-1931), nel 1931 un raggruppamento di estrema destra, la cosiddetta "fazione della Manciuria", provocò nella regione della ferrovia sudmancese (di proprietà del Giappone) una serie di incidenti atti a giustificare un intervento militare del governo di Tokyo. Nel marzo 1932 la Manciuria fu proclamata Stato indipendente con il nome di Man-chu- kuo: in realtà, essa era diventata una colonia giapponese sottoposta all'esclusivo controllo dell'esercito, mentre i gruppi finanziari (zaibatsu) coglievano l'occasione loro offerta di sfruttare le possibilità economiche di questo vasto territorio popolato da 26 milioni di abitanti. A partire dal 1932 i sostenitori dell'espansione militare inaugurarono, con l'assassinio del primo ministro Inukai (maggio 1932), una serie di attentati contro le personalità giudicate troppo liberali, usando di tutta la loro influenza sul governo di Tokyo per costringerlo a impegnarsi a fondo in Cina, dove già si era avuto un primo intervento militare a Sciangai (gennaio-febbraio 1932), con il pretesto del boicottaggio dei prodotti giapponesi adottato dopo l'occupazione della Manciuria. Nel febbraio 1936 si verificarono un colpo di Stato e un nuovo putsch militare, al quale sfuggì miracolosamente il primo ministro Okada (1934-1936), mentre il precedente primo ministro Saito (1932-1934) fu ucciso. L'intervento massiccio in Cina, sostenuto dal nuovo primo ministro Hirota (1936-1937), si attuò nel luglio 1937, allorché il Giappone decise di affrontare una guerra aperta con la vicina repubblica dopo cinque anni di ostilità di fatto; questa nuova aggressione provocò una grave tensione tra Tokyo e Washington. A Hirota era nel frattempo (dal gennaio 1937) succeduto il principe Konoye, durante il governo del quale si ebbero periodi di distensione e di irrigidimento. Ma l'inizio della seconda guerra mondiale doveva aprire ai Giapponesi prospettive più ampie. L'adesione del Giappone al patto tripartito (1940), decisa dopo molte esitazioni da Konoye, e la sua richiesta di basi militari in Indocina (1940-1941), non potevano non preludere, presto o tardi, a un'entrata nel conflitto a fianco della Germania e dell'Italia: in questa prospettiva il ministro degli esteri Matsuoka s'illuse di potere assicurare la neutralità dell'URSS firmando un trattato con il ministro sovietico Molotov. Pure, gli alti e bassi della politica giapponese continuarono, insieme con le trattative con gli Stati Uniti. Quando però queste ultime parvero rivelarsi infruttuose, il primo ministro Konoye si dimise e gli succedette (ottobre 1941) il generale Tojo, rappresentante del partito della guerra e fautore della "maniera forte". Il 7 dicembre 1941, senza dichiarazione di guerra, le forze aeree della marina giapponese attaccarono proditoriamente la base americana di Pearl Harbor, dopo di che la marina giapponese si assicurò il possesso dell'isola di Guam, di Wake e dell'arcipelago delle Aleutine, mentre venivano effettuati sbarchi a Hong-Kong, nelle Filippine e nella penisola di Malacca. In meno di quattro mesi il Giappone si era assicurato un impero coloniale di 8 milioni di km² con 450 milioni di abitanti e i suoi dirigenti potevano pensare che non fosse lontano il giorno in cui il loro sogno di costruire una "sfera della comune prosperità della Grande Asia orientale" sarebbe diventato una realtà. La solidità delle conquiste nipponiche dipendeva, tuttavia, dal dominio dei mari, essendo le forze giapponesi disperse su teatri di operazione lontani dall'arcipelago e uniti tra loro soltanto dal mare. Così, mentre tutte le Indie Olandesi passavano sotto il controllo di Tokyo, e la stessa Australia pareva minacciata, insieme con l'India (una parte della Nuova Guinea e della Birmania erano infatti state occupate), la battaglia navale del mar dei Coralli (4-8 maggio 1942) inflisse un primo duro colpo alla flotta nipponica e cominciò a far pendere la bilancia a favore degli Alleati: questi ultimi nell'estate del 1943 iniziarono un'offensiva su vasta scala, che li portò gradualmente a riconquistare il terreno perduto. Dopo la conquista americana di Saipan (1944), il primo ministro Tojo diede le dimissioni e gli succedette il generale Koiso (luglio), ma il corso del conflitto non mutò. All'inizio del 1945 la conquista delle isole di Iwo Jima e di Okinawa assicurò all'aviazione americana basi di operazioni in prossimità dell'arcipelago giapponese, mentre un'offensiva inglese partendo da basi indiane liberava la Birmania. Nell'aprile 1945, allorché ogni speranza in un esito favorevole del conflitto pareva perduta, a capo del governo fu posto l'anziano ammiraglio Suzuki, considerato più moderato dei predecessori. Il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki (agosto 1945) evitò agli Alleati di dover sbarcare sul territorio metropolitano che l'esercito giapponese sembrava deciso a difendere fino all'ultimo; in quegli stessi giorni l'URSS entrò in guerra, costringendo le forze nipponiche della Manciuria a capitolare. Il 14 agosto 1945 ebbe luogo a Tokyo una riunione del gabinetto con l'intervento personale dell'imperatore, nella quale fu decisa la cessazione delle ostilità. Come condizione, accettata dagli Alleati, fu posto che il regime imperiale dovesse continuare a sussistere, e che Hirohito potesse rimanere sul trono. Le perdite giapponesi ammontavano a questa data a circa 1.800.000 uomini e il 40% delle sue città era raso al suolo da terribili bombardamenti aerei: l'aviazione e la flotta (giunta a essere una delle più potenti del mondo) non esistevano quasi più.
| Il Giappone, monarchia costituzionale |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Costituzione
Il Giappone è una monarchia costituzionale ereditaria dal 1889. La costituzione del 3 novembre 1946 ha tolto all'imperatore ogni attributo divino. Egli è solo il simbolo dello Stato e dell'unità del popolo. Il potere legislativo è attribuito a una dieta, formata da due camere: la camera bassa o dei rappresentanti, costituita da 500 membri eletti a suffragio universale diretto ogni quattro anni (dal 1996 200 con scrutinio proporzionale di lista e 300 in collegi uninominali), e la camera alta o dei consiglieri, composta da 252 membri eletti per sei anni e rinnovabili al 50% ogni tre. Il potere esecutivo spetta al governo, presieduto dal primo ministro e responsabile di fronte alla dieta. Il potere giudiziario è esercitato dalla corte suprema e dai tribunali locali. Sul piano amministrativo il Giappone è diviso in 44 prefetture (ken), due prefetture urbane (fu; Kyoto e Osaka) e una metropoli (to; Tokyo).